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Vivit, i vini artigianali e naturali al Vinitaly

Considerazioni post fiera sui vini e i vignaioli più passionali e virtuosi del Vinitaly

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La 49esima edizione del Vinitaly, la maggiore fiera di vino a livello mondiale, si è appena conclusa. 19 padiglioni, più di 4000 espositori, e uno spazio che assomiglia più a una piccola città che a una fiera. Da anni ormai Vinitaly è considerato più come una mostra a cui le aziende vinicole partecipano per un ritorno in visibilità che una fiera per la presentazione dei nuovi vini. Questo fa si che alcune delle realtà più grandi facciano a gara per avere lo stand più ampio e dal design più attrattivo, puntando su eventi riservati alla stampa e facendo gestire il tutto da intermediari, dando rilievo più al marchio che ai vini in sè. Fortunatamente ci sono anche molte aziende medio/grandi che hanno conservato un rapporto più diretto con il consumatore/compratore ma quello che rimane del tutto agli antipodi è il Vivit, la sezione dedicata ai vini artigianali naturali (se ancora ci permettono di usare questa bella parola). Qui i produttori ci mettono la faccia, sono presenti in prima persona per farti assaggiare i vini e rispondere alle tue domande. Parliamo purtroppo di uno spazio molto piccolo, una specie di ghetto dove gli organizzatori del Vinitaly hanno racchiuso più di 120 cantine dedite al biologico e al biodinamico in una struttura di pochi metri quadri all’interno di uno dei padiglioni più lontani dall’ingresso principale. I viticoltori hanno avuto a disposizione banchetti minuscoli, a volte da dividersi anche in due, ma questo sembra non aver influito troppo sul numero di interessati ed appassionati presenti. E’ stata una delle sezioni più visitate della fiera nonostante tutto.

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Vi.vi.t. sta per “Vigne Viagnaioli e Terroir”, a dimostrazione dell’investimento in risorse e passione che questi produttori fanno sul rispetto del terreno e dell’identità delle singole uve tipiche. Per rientrare in questa sezione bisogna aver gestito la vigna da almeno tre anni senza chimica e aver vinificato senza coadiuvanti. Molti dei vini del Vivit esprimono appieno il sapore della terra da cui nascono e il carattere di chi li realizza, sono vini personali, che comunicano autenticità e individualità. Per questo è così importante vedere anche i volti di chi li produce, volti che ho voluto fotografare non mostrando solo le bottiglie e le loro etichette, volti molto spesso di donne, volti quasi sempre struccati, puliti, sinceri. I vini di questo tipo in bocca sono facilmente riconoscibili pur essendo tutti molto diversi tra loro: è subito chiaro un ritorno alla verità del gusto, un sapore al contempo antico, puro e nuovo. Vi mostro i vini che ho maggiormente apprezzato tra quelli che sono riuscita ad assaggiare.

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Grotte Alte e Frappato della sicilianissima Arianna Occhipinti.
E’ la più conosciuta tra i produttori che lavorano in biodinamica, vuoi per la sua giovane età (32 anni) vuoi per l’aver iniziato a produrre vino in questo modo in tempi ancora non sospetti. Utilizza solo lieviti naturali e il vino non è filtrato nè chiarificato. Inizia a coltivare a 22 anni nella zona siciliana di Vittoria e viene notata oltreoceano, così tanto da creare interesse anche nel mercato italiano. I grandi occhi scuri circondati da folte sopracciglia nere le donano quella tipicità siciliana che troviamo anche nei suoi vini a cui dà i nomi delle terre in cui vive o delle varietà autoctone di uva siciliana. Il Frappato è un rosso ottenuto appunto da uve frappato in purezza, ha un colore rosso rubino molto intenso e dei profumi inebrianti di frutti rossi e fiori. Riesce ad essere contemporaneamente elegante e forte. Grotte Alte invece è il suo vino più importante ma è poco conosciuto per via della produzione limitata a solo 4000 bottiglie nelle migliori annate. Matura per circa 2 anni in barrique di rovere francese che non lasciano al vino il sapore legnoso ma solo quello dolce della resina. E’ un vero gioiello che sono riuscita a provare grazie alla gentilezza del collega della Occhipinti che, vedendomi molto interessata, ha deciso di prendere l’ultima bottiglia rimasta e tenuta nascosta sotto il banco d’assaggio. Come potete vedere dalla foto, l’etichetta dice tutto: “Grotte Alte è un luogo, quei costoni della vallata del fiume Ippari, a ridosso dei quali oggi sorge Vittoria, città dove sono cresciuta e vivo tutt’ora. Queste bottiglie sono per me la sintesi della mia Sicilia”.

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Rimanendo in Sicilia ho assaggiato i vini di Nino Barraco e la malvasia di Paola Lantieri. Entrambi mostravano orgogliosamente foto delle loro viti e delle uve, e a ragione. Barraco ha vitigni letteralmente in riva al mare, praticamente sulla sabbia, mentre Lantieri fa essiccare le sue uve sotto il sole dell’isola di Vulcano in una grande terrazza a picco sul mare. L’idea di Barraco è quella di fare un vino non perfetto ma riconoscibile proprio per il carattere datogli dalle note dissonanti e dai “difetti”. Per raggiungere tale obiettivo producendo comunque vini di qualità, evita l’omologazione data dall’intervento di tecnici, affidandosi solo alla variabilità della natura. I suoi vini provengono da cinque vitigni vinificati in purezza: Grillo e Zibibbo per i bianchi, Pignatello e Nero d’Avola per i rossi. 

Il passito di Malvasia delle Lipari di Paola Lantieri.
Una signora dai capelli rossi e dagli occhi color ghiaccio, senza alcuna esperienza di vino iniziale, ha adottato una zona dell’isola di Vulcano che ha resistito agli scempi urbanistici degli anni ‘70 restando autentica e incontaminata, con la speranza di riportare l’isola agli antichi splendori. La realizzazione di questo passito è un’impresa epica: il terreno è scosceso sul mare e prevalentemente sabbioso, l’acqua corrente non c’è e spesso dev’essere portata dalla terraferma, la linea telefonica assente, e il sole fortissimo farebbe desistere i più. Dopo la raccolta l’uva viene appassita sui graticci, poi caricata su una nave e portata nella cantina di un’azienda vicino messina perchè nessuno sull’isola ha una cantina. La produzione è limitatissima ma il dolcissimo passito che ne risulta è un perfetto concentrato di sole e fatica, perfetto rappresentante dell’essenza di quest’isola.

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Il Trebbiano e il Montepulciano d’Abruzzo di Emidio Pepe.
L’azienda a gestione familiare Pepe si trova in provincia di Teramo al confine con Le Marche. E’ una vera leggenda dei vini naturali, il capostipite della categoria da circa 50 anni quando produrre biologicamente non solo era avanguardistico ma era anche considerato folle. Oggi pur avendo molta richiesta e vendendo vino in tutto il mondo hanno deciso di rimanere artigianali. Sanno che soltanto restando entro certi limiti quantitativi si può avere un vino che sia contemporaneamente sano, sostenibile e di alta qualità. Tutto da loro avviene manualmente: dalla vendemmia, alla pigiatura con i piedi, fino all’etichettatura bottiglia per bottiglia. Il loro vino è una garanzia di totale artigianalità e di altissima qualità.

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Il Teroldego di Elisabetta Foradori.
Un vino e una donna di montagna, al confine tra Trentino e Alto Adige. Un terreno circondato da imponenti vette, composto più da sassi e ghiaia che da terra permette un ottimo drenaggio delle pioggie. Nonostate i forti sbalzi termici tra il giorno e la notte, le pareti rocciose verticali proteggono le viti dai venti freddi e le riscaldano rilasciando il calore assorbito dal sole. Queste condizioni favorevoli rendono il vino sia floreale che minerale, un vino che sa di roccia e profuma di fiori dei pascoli dolomitici. Sostenitrice della biodinamica, la Foradori ha piantato antiche varietà di frutta attorno alle vigne , seminato erbe diverse tra i filari cercando così di reintrodurre animali in una terra come quella del Trentino che è ormai votata all’agricoltura intensiva delle mele a discapito della biodiversità.
La Foradori, assieme agli amici
 Simona Spinelli e Marco Tait, ha un secondo progetto in alta Maremma: Ampeleia. Queste vigne crescono a tre altezze diverse e su terreni distanti tra loro: vengono coltivati Cabernet Franc, Merlot, Sangiovese, Carignano, Grenache, Alicante e altri vitigni della tradizione mediterranea.

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Melograno di Podere Concori (Gabriele da Prato)
I vini di Gabriele Da Prato provengono dai terrazzamenti che ha realizzato nell’appennino, in Garfagnana. Sono i vitigni più alti della Toscana in una zona difficile sia per la natura in sè che per i ben conosciuti errori umani che provocano frequenti alluvioni (la cantina è stata gravemente danneggiata proprio di recente). Sono terreni che quasi nessuno coltiva ma se è vero che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, allora in questo caso essere duri significa lavorare molto in vigna e poco in cantina, e conoscere la propria terra fin nel minimo dettaglio per avere grande capacità di previsione o di veloce recupero. Il fatto che da tutto questo nasca un vino buonissimo come il suo Melograno, è in sè un piccolo miracolo. Prodotto da un mix di syrah e piccole parti di uve tradizionali toscane, ha un intenso aroma floreale e di frutti di bosco.

Ribolla gialla di Radikon
L’azienda Radikon si trova sull’altura di Oslavia al confine con la Slovenia e produce il vino più radicale di tutto il Vivit. La loro ricerca di naturalità è totale e senza compromessi. I vigneti sono in forte pendenza quindi faticosi da lavorare e per i vini bianchi adottano lo stesso processo di vinificazione dei rossi. I vini sono maturati a lungo sulle bucce e non vengono filtrati in alcun modo. Le macerazioni lunghe permettono la formazione di antiossidanti naturali necessari per la conservazione, senza il bisogno di altri conservanti chimici. Inoltre determinano un colore molto intenso che, a seconda del vino, varia dal giallo con sfumature di rosa antico all’arancio. I Radikon creano così vari tipi dei cosiddetti orange wines con i vitigni locali. Il loro vino più eccezionale ed estremo è il Ribolla Gialla. Si presta a macerazioni molto lunghe per via della carnosità e della buccia spessa delle sue uve. Ne vengono raccolti a mano pochi grappoli per pianta nel periodo autunnale, quando le prime foglie diventano gialle e si raggiunge l’ottimale maturazione dell’uva per prendere il massimo dalla buccia. La macerazione avviene in tini di rovere per 3-4 mesi, la maturazione per 4 anni e l’affinamento in bottiglia per 2 anni.

29 marzo 2015

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