cucina futurista

Il futurismo nel piatto

Tommaso Marinetti inizia al Santopalato una rivoluzione in cucina

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Vivande che si portano alla bocca con l’unico ausilio delle dita, senza le posate considerate “distraenti”, accostamenti inusuali e coinvolgimento di tutti i sensi, anche di quelli che normalmente non si usano per cibarsi: non stiamo parlando di un insolito finger food, o dell’ultima trovata di uno stellatissimo Chef contemporaneo, ma delle regole della cena che si tenne alla Taverna Santopalato a Torino l’8 marzo 1931: la prima cena futurista. Coinvolti, assieme agli artisti, anche critici e giornalisti, dalla mezzanotte fino alle 4 del mattino, ad assaggiare i piatti studiati dai  futuristi, tra cui il torinese Fillìa, Enrico Prampolini, Nicolay Diulgheroff ed altri, e dai cuochi della Taverna.

 cucina-futurista-marinettiIl menù – anzi la lista cibaria, se vogliamo definirlo alla maniera futurista – prevedeva:

  • Antipasto intuitivo
  • Aerovivanda – olive nere, cuori di finocchio e chinotti, accompagnati da carta vetrata, seta rossa e velluto nero e musica wagneriana
  • Brodo solare
  • Tuttoriso – con vino e birra
  • Carneplastico  – polpettone di carne con 11 tipi di verdura  3 tipi di carne e avvolto da unao strato di miele: elementi usati ad indicare orti, giardini e pascoli i territori d’Italia.
  • Ultravirile – piatto servito esclusivamente alle donne
  • Paesaggio alimentare
  • Mare d’Italia
  • Insalata mediterranea
  • Pollofiat
  • Equatore + Polo Nord – tuorli d’uova, meringa, spicchi d’arancia e tartufo nero
  • Dolcelastico 
  • Reticolati del cielo
  • Frutti d’Italia
  • Vini Costa, Birra Metzger, Spumanti Cora, Amaro Cora, Caffè Miscela Sublime,

Ma come era nata l’idea? Da un cuoco, francese naturalmente, Jules Maincave, che annoiato dai metodi tradizionali e degli abbinamenti visti e rivisti, si ripropose a un tratto di inventare qualcosa di nuovo, dal montone accostato alla salsa di gamberi, all’aringa servita con la gelatina di fragola.

Da qui l’estro del cuoco attirò l’attenzione degli artisti futuristi, in particolare di Marinetti che, nel proprio spirito di rottura con il passato e con la tradizione, si propose di equiparare la cucina alle altre arti e di tracciarne un manifesto con precise linee guida. Alcune regole colpiscono più di altre, prima fra tutte, l’abolizione della pastasciutta, fino ad allora considerata un caposaldo dell’alimentazione italiana. Scrive Marinetti: <<…agli italiani la pastasciutta non giova. Per esempio, contrasta collo spirito vivace e coll’anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani. Questi sono stati combattenti eroici, artisti ispirati, oratori travolgenti, avvocati arguti, agricoltori tenaci a dispetto della voluminosa pastasciutta quotidiana. Nel mangiarla essi sviluppano il tìpico scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo. (…)Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo.>>

Poi l’invito all’utilizzo della chimica e al tempo stesso all’abolizione di peso e volume nell’elaborazione delle ricette.

Nel manifesto anche un esempio di perfetto pranzo futurista, nel quale, eliminate le posate, il vasellame doveva essere abbinato ai cibi; nel quale i profumi dovevano precedere l’arrivo delle vivande e poi dovevano essere soffiati via tramite l’uso di ventilatori; nel quale le conversazioni politiche dovevano essere abolite sostituite da musica e poesia, e la creazione di bocconi “cangianti” facessero percepire venti-trenta gusti differenti in pochi istanti.

Il manifesto viene presentato a Milano il 15 novembre 1930, al termine di una cena al ristorante Penna d’Oca. Da lì diverse sperimentazioni che culminarono con la grande cena del SantoPalato, un tempo in via Vanchiglia 2.

All’epoca il lancio fu oggetto di una pubblicità enorme: l’attesa per l’apertura del locale durò mesi e un giornale romano, reso noto che il ristorante sarebbe stato a Torino, propose sulle sue pagine l’idea di una riduzione del biglietto ferroviario per chi si sarebbe recato al ristorante dei futuristi.

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L’arredo, affidato all’estro di Diulgheroff, era quasi completamente di alluminio, dai soffitti alle pareti, che riflettevano la luce dei grossi lampadari, nello spirito “meccanico” della città del’automobile.

I principi del manifesto trovarono applicazione per la prima volta ed assieme all’abolizione del carboidrato, suscitarono stupore i numerosi simboli fallici, evocazione della virilità dei futuristi, la carta vetrata o il velluto da accarezzare prima di alcune vivande, l’accostamento di sapori contrastanti.

Marinetti iniziò, al Santopalato, una “ vera e propria rivoluzione cucinaria”.

 

Fonti bibliografiche e fotografiche:

http://www.cucinaverarte.eu

http://www.mole24.it/2011/09/29/santopalato-in-via-vanchiglia-a-torino-il-primo-ristorante-futurista-ditalia/

https://it.wikipedia.org/wiki/Cucina_futurista

 http://www.claragigipadovani.com/images/galleries/news/pag61_SANTOPALATO_medium.jpg

www.troppatrippa.com

J. Dickie, Con gusto. Storia degli italiani a tavola, ed. Laterza

 

23 giugno 2015

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