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L'ingrediente del Mese

Sedano, un concentrato di salute

Se il contadino sapesse il valore del sedano
Allora ne riempirebbe tutto il giardino

Allontana il male? Aiuta a dimagrire? È afrodisiaco? Scaccia la malinconia? Serve per capire di che sesso sarà un bebè?
Il sedano, ortaggio ricco di acqua, potassio e vitamina A, non è solo un concentrato di salute ma anche di simpatiche curiosità e credenze.
Ciò che è certo è che il sedano, Apium Graveolens della famiglia delle Ombrellifere, oltre che essere utile nelle diete per le poche calorie che contiene, aiuta la digestione, combatte i grassi e la ritenzione idrica, ha proprietà diuretiche e antinfiammatorie.

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Foto di Mary Pellegrino

Le specie più diffuse e utilizzate in cucina sono il sedano da costa e il sedano rapa, del quale si consuma però la parte della radice, a differenza dell’altro, commestibile crudo e cotto, in insalata, pinzimonio, come ingrediente principale di vellutate e zuppe ma anche indispensabile come aroma nei ragù bianchi e rossi e nel brodo di carne. Inoltre sono molto usati anche i semi e l’olio essenziale.
La varietà maggiormente apprezzata per il suo gusto delicato è il sedano bianco (detto dulce), il più famoso dei quali è un I.G.P., coltivato a Sperlonga (Latina). Al contrario delle varietà verdi, viene coltivato al riparo dalla luce del sole, per inibire la sintesi clorofilliana ed ottenere un prodotto più chiaro e molto meno fibroso. La sua raccolta avviene da marzo a giugno. Quello più ricco di storia è il sedano rosso di Orbassano, presidio Slowfood, derivato dal violetto di Tours e giunto in Piemonte al seguito della duchessa Anna Maria di Orleans, moglie di Vittorio Amedeo II di Savoia.

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Foto di Mary Pellegrino

Il sedano è originario della zona mediterranea ed è conosciuto fino dai tempi antichi; Omero ce ne parla nell’Odissea, raccontando come la Ninfa Calipso prediligesse nutrire Ulisse di piatti a base di sedano per preservare la sua salute e tenere in vita la loro passione amorosa; nel Medioevo la badessa Ildegarda di Bingen amava pensare che fosse la soluzione contro ogni male. Il primo accenno storico relativo all’impiego alimentare si trova in un trattato francese del 1623, mentre per le sue presunte virtù afrodisiache diventò di gran moda nel secolo libertino per eccellenza, il Settecento, soprattutto servito crudo e accompagnato da una salsa piccante che stimolava i sensi.
Dal XVII secolo alle nostre cucine dove la sua versatilità è molto apprezzata e lo rende uno degli ortaggi più usati in moltissime preparazioni, fino ad essere un dettaglio importante per un cocktail, il Bloody Mary.

Lo avrà scoperto il contadino il valore del sedano?
Nessuna scusa, il tuo orto in terrazzo aspetta solo lui!

Foto:
Mary Pellegrino

Fonti bibliografiche:
http://www.my-personaltrainer.it/benessere/sedano.html
https://www.fondazioneveronesi.it/articoli/alimentazione/le-molte-proprieta-nascoste-del-sedano
http://www.mr-loto.it/sedano.html
http://www.inerboristeria.com/il-sedano.html
http://www.sedanobiancoigp.it/

http://www.fondation-louisbonduelle.org/italia/it/conoscere-le-verdure/ritratti-delle-verdure/sedano-377.html#axzz3b8gb5Y00

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Il Cibo nella storia

Mela, visioni surrealiste

Una città chiamata Grande Mela. La mela di Biancaneve, quella della Apple, il frutto proibito di Adamo ed Eva, una rossa, caramellata e croccante comprata al luna park. Infinite combinazioni di sapori, vitamine, colori e idee. Avere una mela tra le mani è molto più di quello che si può immaginare, è un piccolo viaggio nella natura, nell’arte della natura, di come un frutto possa essere elemento di tradimento, veleno, dolcezze e fortuna imprenditoriale.
Tra le – infinite – prospettive di osservazione dalle quali si può descrivere la mela, qui cerchiamo di raccontare di come due artisti del surrealismo abbiano reso questo frutto un protagonista, talvolta ingombrante, nelle loro opere, molto particolari e poco immediate, almeno a prima vista.

Sembra strano forse dover partire parlando di Michelangelo, artista poliedrico che dal rinascimento non ha mai smesso di essere attuale: il frutto proibito, nonostante sia il motivo scatenante della violenta Cacciata dal Paradiso Terrestre (1510 circa), non viene nemmeno mostrato nell’affresco parte delle storie dell’Antico Testamento nella Cappella Sistina. Michelangelo sceglie di non dipingere la mela, contrasto evidente con le due opere di René Magritte, qualche secolo e movimento artistico dopo. Da La camera d’ascolto (1958) a Il figlio dell’uomo (1964) (praticamente identico ad un altro suo quadro La grande guerra, dello stesso anno), l’artista belga la mette evidentemente in primo piano, rendendola la protagonista inconsapevole di questi due lavori così famosi.

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René Magritte, La camera d’ascolto – Il figlio dell’uomo

La saturazione, l’oppressione, la totale chiusura dello spazio de La chambre d’écoute rende la mela verde raffigurata come un invasore, una minaccia, una presenza cromatica importante, ma allo stesso tempo, come suggerisce il titolo, la usa in modo concreto per raffigurare il suono e la sua propagazione all’interno di uno spazio. In ogni caso Magritte afferma che:
L’amore dell’ignoto equivale all’amore della banalità: conoscere è pervenire ad una conoscenza banale (…). La banalità comune a tutte le cose è il mistero.
Una mela, frutto banale, banale ma misterioso in questo contesto, in questa scelta comunicativa, custodisce un segreto.
Ne Le fils de l’homme Magritte pone la mela davanti al volto del protagonista del quadro:
Ebbene, qui abbiamo qualcosa di apparentemente visibile poiché la mela nasconde ciò che è nascosto e visibile allo stesso tempo, ovvero il volto della persona. Questo processo avviene infinitamente. Ogni cosa che noi vediamo ne nasconde un’altra; noi vogliamo sempre vedere quello che è nascosto da ciò che vediamo. Proviamo interesse in quello che è nascosto e in ciò che il visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere la forma di un sentimento letteralmente intenso, un tipo di disputa, potrei dire, fra ciò che è nascosto e visibile e l’apparentemente visibile.
Quasi un rebus, una critica forte verso chi si nasconde dietro maschere e meschine formalità. Tutto questo solo con la presenza di una mela. Il frutto proibito prima è tentatore di coscienze, poi nasconde coscienze.

Dal surrealismo di Magritte a quello di Vladimir Kush, artista russo contemporaneo attualmente attivo negli Stati Uniti, molto vicino ad una realtà immaginata, onirica, una pittura precisa e sovente enigmatica, che richiama molti artisti della corrente ma allo stesso tempo è originale, limpida, decisa.

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Vladimir Kush, Butterfly apple – Green apple – Clockwork apple

Kush dipinge una Butterfly Apple, creando un’illusione visiva notevole: può quel coltello aver cesellato in modo così preciso le ali di una farfalla nella metà della mela che vediamo? E’ un quadro leggiadro, non ci appesantisce, potremmo osservarlo per ore. Lo stesso vale per Green Apple, cambia il colore, la forma del frutto ma il senso è molto simile. In pochi centimetri l’artista riesce a racchiudere il ciclo della vita della farfalla, che poi prende il volo all’apice del picciolo, un volo che si fa reale grazie alla carica della Clockwork Apple che si libera in un cielo affollato di nuvole, salutata (o accolta) da figure filiformi in una spiaggia sconosciuta.

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Paul Cézanne, Natura morta con mele e arance

L’arte è una via delle tante che ci aiuta ad osservare la realtà. È un modo che scegliamo, per il quale è necessario liberarsi da ogni schema e pregiudizio. Non servono particolari conoscenze, lauree o esasperanti studi. È un po’ come prendere tra le mani una frusta per impastare una torta, affettare una mela e renderla da banale…un po’ speciale. L’arte, come la cucina, forma perfetta, colori brillanti, profumi incantevoli, diventa improvvisamente comprensibile e meno surreale. Basterà accoglierla per farla nostra.

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Fonti fotografiche e bibliografiche:
http://it.wikipedia.org/wiki/Il_figlio_dell’uomo_(Magritte)
http://en.wikipedia.org/wiki/The_Listening_Room
https://www.facebook.com/VladimirKushFineArt
http://www.vladimirkush.com/
http://it.wikipedia.org/wiki/Vladimir_Kush

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L'ingrediente del Mese

Fave, irrinunciabile pic nic di primavera

Cotte, crude, secche, fresche, in insalata o come purè. In qualsiasi modo vogliate consumarle, le fave hanno un loro gusto particolare, un profumo che richiama la primavera e verdi pic nic sui prati delle morbide colline toscane.
Fave e pecorino, accompagnate da una fetta di pancetta stesa e un buon bicchiere di vino rosso. Cosa chiedere di più?
Le fave sono un legume molto diffuso fino dall’antichità, probabilmente proveniente dall’Asia e coltivato da egiziani, romani e greci. Attualmente si trova e si usa nelle cucine italiane e cinesi, la loro raccolta si concentra nei mesi primaverili, così da arrivare fresco sulle nostre tavole, soluzione migliore per godere di tutte le sue vitamine e proprietà che non vanno a perdersi nella cottura.
Rispetto agli altri legumi quindi, la Vicia Faba (famiglia delle Leguminose) è un’eccezione positiva e particolare. Conservata nel suo baccello verde di circa 20-25 centimetri si consuma cruda se giovane e tenera mentre si preferisce cuocerla quando più matura e dura.

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Foto di Mary Pellegrino

Una leggenda narra che il filosofo Pitagora praticava una sorta di astensione dalle fave, che divenne una vera e propria ossessione che lo portò alla morte: inseguito preferì farsi raggiungere e uccidere piuttosto che passare indenne in un campo di fave. Questa sua particolare astinenza probabilmente ha origini legate al favismo, una reazione allergica che si presenta in maniera più o meno grave in individui che presentano la carenza di un particolare enzima (glucosio 6 fosfato deidrogenasi) che si tramanda per via genetica e quindi molto diffusa, in Italia, in zone più isolate, come la Sardegna.

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Foto di Mary Pellegrino

Tornando alle sue proprietà nutrizionali, oltre alle vitamine B1, B2, B3, B5, B6, C ed E, le fave (soprattutto se consumate crude) contengono proteine, fibre, carboidrati e, soprattutto, pochissimi grassi e calorie, sono quindi ipocaloriche e molto nutrienti, ricche di minerali, ferro e fibre.

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Foto di Mary Pellegrino

Non fate come Pitagora, quindi. Non fuggite di fronte al potere saporito delle fave! Sbucciatele, raccoglietele in una ciotola, conditele con un filo d’olio extravergine d’oliva, rubatele al piatto del vicino con le mani, assaporate il gusto selvatico della campagna, sana, fresca, verace.

Foto:
Mary Pellegrino

Fonti bibliografiche:
http://www.mr-loto.it/fave.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Vicia_faba
http://www.benessere.com/dietetica/arg00/proprieta_fave.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Pitagora#L.27astensione_dalle_fave

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Il Cibo nella storia

I mangiatori di patate

Un momento conviviale, intimo, intenso. Il momento atteso dopo una faticosa giornata di lavoro, compagnia, cibo, sguardi e calore. Nel 1885 Van Gogh raggiunge il culmine della sua prima fase pittorica, che lasciò successivamente alla più famosa fase impressionista.
La famiglia di contadini, rappresentata con tratti quasi caricaturali, raccolta intorno al tavolo scarsamente illuminato, consuma la cena insieme. Ogni volto racconta una storia, ogni mano protesa, ogni sguardo reciproco o apparentemente assente, l’atmosfera pacata, quasi seicentesca – per l’uso della luce – ci porta nella stessa stanza, quasi come se anche noi fossimo autorizzati ad assaggiare e partecipare al pasto.

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Vincent Van Gogh – I mangiatori di patate, 1885

Le mani sono lo strumento del lavoro.
Quelle mani che hanno zappato, coltivato, raccolto.
Quelle mani nodose che si intrecciano al tavolo.
Le mani che condividono un profumato pane appena sfornato.

Van Gogh dipinge nel suo (relativamente) lontano 1885 e, come sempre, riesce ad essere quanto mai contemporaneo.
La semplicità, il piacere del fatto in casa, la necessità di condividere (non solo in modo virtuale) è connessa con un sottile filo all’attualità, presente in cui si sente sempre più la necessità di collegare le proprie origini con qualcosa di tangibile, con la terra, presente fuggevole che si vuole fermare tornando indietro di qualche passo verso le tradizioni, fermandosi a maneggiare verdure, farine, paioli sul fuoco.
Improvvisamente la sottile sensazione di nostalgia che pare costruirsi fino a questo momento svanisce. Si comincia a percepire ciò che il pittore olandese voleva realmente farci arrivare: essere insieme, intorno ad un tavolo, a consumare il pasto meritato.

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Foto di Mary Pellegrino
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Da sinistra: Vincent Van Gogh – Terrazza del Caffè la sera, 1888 – Vaso con quindici girasoli, 1889 – Notte stellata, 1889

E questo giallo così intenso ci trasporta fino ai suoi quadri di qualche anno dopo così pieni di sole, di toni luminosi, di tratti impregnati di colore e di intesa luce. La nostra cassetta piena di patate adesso è un collage di sfumature di giallo, che lasciano spazio all’immaginazione, non solo artistica …ma anche culinaria, un’ispirazione fotografica, ricca di istanti da acchiappare al volo e, perché no, dipingere in un piatto.

Foto:
Mary Pellegrino

Fonti fotografiche e bibliografiche:
http://it.wikipedia.org
http://www.millequadri.it/featured/van-gogh-vincent-i-mangiatori-di-patate-1885/
http://www.francescomorante.it/pag_3/305aa.htm

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Il Cibo nella storia

Manet, Proust e gli asparagi

Ne mancava uno al vostro mazzo.

È il 1880 e Edouard Manet (1832 – 1883) regala, accompagnato a questo biglietto, il piccolo capolavoro del solitario asparago al committente del mazzo già dipinto. Charles Ephrussi, intenditore e amante d’arte, aveva pagato 1000 franchi l’opera precedente, nonostante ne fossero stati richiesti solo 800. Manet, persona ironica e anima istrionica, decise quindi di regalare questo dipinto al generoso banchiere.

È il 1922 e Marcel Proust (1871 – 1922), invitato ad una cena di grande importanza a Parigi, gusta uno dei suoi piatti preferiti, gli asparagi. Nella sua opera più famosa, Alla ricerca del tempo perduto (1909 – 1922), ne parla spesso, trovando in questo delizioso ortaggio primaverile numerose ispirazioni per i suoi pensieri filosofici, come possiamo leggere qui di seguito:

M’indugiavo a guardare, sulla tavola, dove la sguattera li aveva appena sgusciati, i piselli allineati e numerati come bilie verdi in un gioco; ma sostavo rapito davanti agli asparagi, aspersi d’oltremare e di rosa, e il cui gambo, delicatamente spruzzettato di viola e d’azzurro, declina insensibilmente fino al piede – pur ancora sudicio del terriccio del campo – in iridescenze che non sono terrene. Mi sembrava che quelle sfumature celesti palesassero le deliziose creature che s’eran divertite a prender forma di ortaggi e che, attraverso la veste delle loro carni commestibili e ferme, lasciassero vedere in quei colori nascenti d’aurora, in quegli abbozzi d’arcobaleno, in quell’estinzione di sete azzurre, l’essenza preziosa che riconoscevo ancora quando, l’intera notte che seguiva ad un pranzo in cui ne avevo mangiati, si divertivano, nelle loro burle poetiche e volgari come una favola scespiriana, a mutar il mio vaso da notte in un’anfora di profumo.

Manet amava dipingere. Nature morte, persone o personaggi, dipingeva tutto ciò che vedeva, tutto quello che poteva riportare su tela. Che la natura fosse una nuvola, qualche foglia, un intero parco o un singolo asparago, la sua capacità comunicativa non trovava freno ne’ limite, le sue scelte pittoriche non venivano meno se il soggetto cambiava, se non esprimeva nulla per gli altri. Questo capolavoro in miniatura, solo 16cm x 21cm, riassume la potenza della sua pittura.

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Da sinistra: Edouard Manet – Il mazzo di asparagi, 1880

Proust amava la vita. Amava partecipare agli incontri mondani perché essi erano la linfa per la sua produzione filosofica, per i suoi scritti e pensieri. La sua declinazione sull’asparago è una poesia, un’insalata perfetta di parole intorno ad un ortaggio, condita da illustri vocaboli e colori.

Sembra incredibile, ma a volte basta guardarsi intorno, vicino, senza viaggiare con la fantasia o con gli aerei, per approdare in campi sterminati di ispirazioni vegetali che non arricchiscono solo il nostro stomaco, ma anche la nostra anima.

 

Fonti bibliografiche e fotografiche:
http://www.mensamagazine.it/index.php/le-muse-del-gusto-mar13/proust-gli-asparagi-e-l-immortalita-dell-anima
http://www.musee-orsay.fr/it/collezioni/opere-commentate/cerca/commentaire_id/lasperge-18315.html
http://senzadedica.blogspot.it/2012/03/lasparago-di-manet.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Marcel_Proust
http://it.wikipedia.org/wiki/Edouard_Manet

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Travel & Food

Los Angeles, tre giorni da sogno

Quando attraversi l’Oceano in aereo hai tempo di pensare, elaborare ciò che hai visto, farlo tuo, provare a raccontarlo trascrivendo emozioni, luoghi visti, panorami, dettagli confusi, momenti epici, piccole pause all’ombra di una palma. Le ore che avevi passato all’andata rifinendo itinerari e desideri diventano improvvisamente vita vissuta, fotografie, scontrini, dollari avanzati nel portafoglio.
Los Angeles, così come tutto il suo ampio hinterland di quartieri che arrivano fino all’Oceano Pacifico, è una città per la quale non sono sufficienti così pochi giorni ma le occasioni, se capitano, vanno colte al volo e rese imprese memorabili anche per i più scettici. Voi fortunati che avrete più tempo per visitarla prendete solo qualche appunto e approfondite ciò che più vi piace, tutti gli altri salgano con me in questo intenso itinerario!

Day 1. Venice Beach & Santa Monica.

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Da sinistra: Santa Monica Pier, Venice Beach boardwalk, Oceano Pacifico

Il modo migliore per rilassarsi dopo un lungo volo o per cominciare a prendere confidenza con la California, i suoi venti e le sue profonde differenze è quello di approdare, come prima tappa, a Venice Beach e Santa Monica, due città nella metropoli di LA, dove pare di vivere un tempo diverso rispetto al resto del mondo.
Venice: surfisti, hippy, skaters, lunghissime piste ciclabili, rave party improvvisati sulla spiaggia, vento quasi insopportabile, gentili clochard che suonano il piano, ballerini di break dance che incantano la vista e intasano le strade. Negozi di souvenir, fresh fruit salad e pancake a colazione. 
In sella ad una bicicletta raggiungete Santa Monica, seguendo le curve dell’affollata pista a disposizione. Le numerose palestre sulla spiaggia, la famosa Muscle Beach, i cartelli anti-tsunami, gli artisti di strada, le modelle scolpite e i fanatici del fitness, lo storico Pier, molo in legno datato 1908, sul quale campeggia il Pacific Park con la sua ruota panoramica. Santa Monica non è solo lungo oceano, è anche shopping, enormi mall a cielo aperto, vetrine nelle quali perdersi (e perdere la carta di credito), lusso, ville e altissime palme che lasciano la loro ombra sul cammino.
Per la serata concedetevi un colorato ristorantino messicano, ce ne sono a bizzeffe.

Day 2. Una vita da film.

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Da sinistra: il panorama dalle Hollywood hills, i Paramount Studios, Beverly Hills

Hollywood. Quella solo immaginata, vista nei servizi delle premiazioni degli Oscar. La Walk of Fame e i suoi attori, musicisti, cartoni animati sui quali mettere i piedi. Il panorama mozzafiato dalle colline di Mulholland Drive per vedere quella scritta, almeno da lontano, gli Studios dove hanno girato tutto ciò che vi ha fatto sobbalzare sulla poltroncina della sala 3 e, perché no, Beverly Hills. In un giorno solo, magari con l’aiuto di un’auto a noleggio potrete vivere tutto questo.
Il tour comincia quindi da Hollywood boulevard e l’immancabile distesa di stelle della Walk of Fame, dove sarà divertente andare alla ricerca dei nomi famosi a noi più cari, soffermarsi di fronte al Chinese Theatre o al Kodak Theatre, immaginandosi sul tappeto rosso della serata più importante degli Academy Awards, leggere le firme di attori dimenticati e far combaciare le proprie mani…con quelle di Harry Potter! Tra una sosta all’Hard Rock Cafe e centinaia di foto ricordo non dimenticate di dedicare qualche minuto a guardarvi intorno: il boulevard è pieno di palazzi, teatri, cinema costruiti nel periodo del boom cinematografico (dagli anni ’20 agli anni ’70), vi stupiranno.
A pochi chilometri di distanza i Paramount Studios (consigliabile prenotare direttamente dal loro sito una interessante visita guidata di 2 ore a bordo di golf caddy) sono una piccola tappa gioiello per vedere da vicino stage cinematografici, set di serie e programmi tv, una finta New York degli anni ’20 e…l’immenso parcheggio dove è stata girata l’ultima scena di The Thruman Show. In alternativa, per chi ama i parchi divertimento, ci sono gli Universal Studios, leggermente più distanti e impegnativi in termini di tempo.
Per raggiungere le Hollywood Hills le opzioni sono quasi infinite ma, se amate percorrere strade panoramiche, il consiglio non può che ricadere su Mulholland Drive, tutte curve in salita, tra ville, parchi ricchi di vegetazione e ricordi di scene da film indimenticabili, fino ad arrivare al Runyon Canyon Park ed osservare (quasi) tutta Los Angeles e la scritta “Hollywood” che ancora campeggia sulle colline dagli anni ’20 (dagli anni ’40 si è completamente staccata la scritta “land” che la completava), periodo in cui si iniziò a costruire case e villaggi nella Città degli Angeli.
Se le vostre gambe ancora reggono e il taccuino delle emozioni conta ancora molte pagine bianche, rimettetevi in strada. Abbandonate le colline e tornate in città. Beverly Hills è la tappa finale di questa giornata: i suoi negozi “inarrivabili” sono chiusi e potrete godervela al meglio, passeggiando su Rodeo Drive e, perché no, gustando un sandwich dagli storici self service da telefilm che ancora sopravvivono nel quartiere delle star. Per i romantici: non mancate il Beverly Wilshire, l’hotel di Pretty Woman, proprio all’incrocio tra Rodeo e Wilshire Drive.

Day 3. Downtown e…non solo.

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Da sinistra: LA Downtown, una imponente scultura, il Getty Museum

Siete negli Stati Uniti e ancora non avete visto un grattacielo? Ecco la vostra giornata, durante la quale potrete camminare nella storia di Los Angeles: da El Pueblo de Nuestra Senora la Reina de Los Angeles, dove è stata posata la prima pietra della città nel 1781, fino alla nuovissima zona di Downtown, sviluppatasi in modo esponenziale negli ultimi 10-15 anni, con la costruzione di musei e strutture che sono già nella storia dell’architettura mondiale; solo due nomi, per fare un piccolo esempio, Frank Ghery e Arata Isozaki, rispettivamente autori del Walt Disney Concert Hall e del MOCA – Museum of Contemporary Arts. Attraversando la Grand Avenue arriverete nel cuore commerciale di LA e potrete fare una sosta appagante al Grand Central Market, appagante per la varietà dei suoi colori, sapori e piccoli dettagli caratteristici: lasciatevi guidare dal gusto ogni piccolo banco, che sia frutta, tacos, freschi smoothies o noodles fumanti saprà accontentarvi.
Quasi al termine di questo turbine di ore piene di sole, di persone, espressioni, rughe, saluti di sconosciuti, bandiere a stelle e strisce non può mancare all’appello la visita al Getty Museum. Aperto alla fine degli anni ’90 per volere del petroliere Jean Paul Getty (a seguito della ristrutturazione di un altro museo di sua proprietà aperto negli anni ’70), questo meraviglioso centro d’arte è stato progettato da Richard Meier e si è sviluppato nel corso del tempo fino a diventare una collezione molto importante e ricca, da vivere all’interno delle sale ma anche negli splendidi giardini che lo “invadono” pacificamente, rendendo il panorama su Los Angeles ancora più caratteristico.

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Passeggiando per L.A.

Los Angeles, la California, il suo sole e le linee infinite dell’orizzonte. Leggere non è come viaggiare veramente, ma può essere un piccolo tocco per rendere un sogno ancora più vivo.

 

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Il Cibo nella storia

La pastiera, una dolce poesia

Facile parlare di un dolce così diffuso nella cultura culinaria italiana, sia per il suo gusto che per la stratificazione delle sue origini.
Tipica della Campania, tanto da essere riconosciuta come Prodotto Agroalimentare Tradizionale della regione, la pastiera è una perfetta unione tra storia e leggenda, tra aromi intensi e soffici sapori più leggeri.
La storia racconta che, in onore di Cerere, dea romana della fertilità, le sacerdotesse dell’Antica Roma portavano in dono le uova, simbolo di vita, di nascita, di fecondità; il grano si può collegare invece con i festeggiamenti delle nozze, per le quali si preparavano torte di farro o grano.
La leggenda narra invece della sirena Partenope che ricevette in dono dagli abitanti del golfo di Napoli, come ringraziamento per la sua bellezza e per la sua melodiosa voce, i frutti migliori della terra campana: farina, grano cotto nel latte, zucchero, l’acqua di fiori d’arancio, le uova. La sirena si inabissò e riemerse dopo aver creato la prima pastiera: un sapore che superava in dolcezza anche i versi da lei cantati.

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Foto di Monica Chiocca

Tra pastiera e zeppole troviamo due analogie: una corrisponde con la celebrazione pagana dell’arrivo della primavera, l’altra invece con le origini più recenti della ricetta. Queste si mescolano tra le mani sapienti di qualche monaca napoletana che iniziava a prepararla nei giorni precedenti alla Pasqua, per far sì che tutti gli ingredienti riuscissero ad amalgamarsi al meglio, facendo fondere gli aromi tra loro, così come avviene anche adesso, non solo nelle pasticcerie ma anche nelle famiglie che amano percorrere la tradizione del gusto.
L’essenza dei fiori d’arancio, che fece sorridere anche la moglie di Ferdinando II di Borbone famosa per la sua scarsa attitudine al buonumore, è un richiamo per la primavera, è freschezza e profumo leggero.

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Da sinistra: Ferdinando II di Borbone, la Sirena Partenope, Maria Teresa d’Austria

Allora o’ Rre dicette: “E che marina!
Pe fa ridere a tte, ce vò a Pastiera?
Moglie mia, vien’accà, damme n’abbraccio!
Chistu dolce te piace? E mò c’o saccio
Ordino al cuoco che, a partir d’adesso,
Stà Pastiera la faccia un pò più spesso.
Nun solo a Pasca, che altrimenti è un danno;
pe te fà ridere adda passà n’at’ anno!”

La pastiera è un riassunto perfetto di ingredienti, leggende e tradizioni, accompagnati dal sole del golfo di Napoli, dai sorrisi delle terre del sud e dalla voglia di festeggiare, in compagnia, degustando questo dolce…che somiglia ad una poesia.

Foto:
Monica Chiocca

Fonti bibliografiche e fotografiche:
http://it.wikipedia.org/wiki/Pastiera_napoletana
http://www.lucianopignataro.it/a/la-pastiera-napoletana/2909/
http://www.pastiera.it/

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News

iFood, innamorati della novità

Immagina la tua cucina.
Un silenzio rotto dalla tavoletta di cioccolato che si spezza. Il clic di un mouse, le parole conosciute che ti guidano passo passo alla creazione della ricetta.
Il comfort food che desideravi.

Immagina la tua giornata.
Virtuale e reale che si incrociano. Condivisioni continue, interazioni e scambio. Partire in solitudine e mescolarsi a mille voci. Una piazza, un luogo sconosciuto ma pieno di sole e chiacchiere tra amici.
Il virtuale diventa reale.

Immagina quello che vorresti trovare.
iFood, infinito amore per il cibo. Semplici torte al cioccolato, elaborate preparazioni tradizionali, pasta fresca come facevano le nonne, wok, falafel, bellissime tajine di ceramica. Colori e pois da abbinare, set fotografici professionali, step by step da seguire senza alcuna difficoltà. Viaggi sognati, immaginati, adesso scorrono sotto i tuoi occhi senza alcun jet lag. iFood diventa il tuo riferimento, non solo per la cucina.

iFood è il modo semplice che hanno scelto i blogger per parlare del proprio mondo, uscendo allo scoperto, mostrandosi all’opera nelle proprie case, con le loro abilità ormai professionali ma senza ambizioni di diventare una élite, con la voglia di giocare, confrontarsi e sorridere dei propri errori.
La somma dei desideri di molti convogliano qui, su un portale dove si parla di cucina e molto altro, dove l’attenzione per i dettagli è indispensabile così come la parola del lettore e i suoi commenti, le interazioni, i momenti di dialogo con essi, come fossero dei compagni di avventura.
Da sempre lo scambio arricchisce, nel caso di iFood diventa un conto corrente illimitato.

La dedizione dei blogger che scrivono per iFood nasce dalla passione quotidiana, familiare a tutti e parla un linguaggio universale.
Gli articoli, le rubriche e le annotazioni che troverete saranno frutto di un richiamo del passato che fa accendere le idee, un profumo di fragranze appena sfornate, i capricci sotto il tavolo perché la mamma aveva cucinato qualcosa di immangiabile. Leggere iFood sarà come sfogliare il libro della propria vita, calpestando la farina setacciata fuori dalla ciotola e assaggiando l’impasto crudo della pasta frolla, ma sarà anche una rivista di intrattenimento, news, eventi, argomenti frizzanti e fashion dai quali sarà difficile staccare gli occhi.

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Come in, iFood is Open! www.iFood.it

Immagina di vivere un’avventura.

Di organizzare un picnic semplice o un buffet da matrimonio. Non ci sarà un momento in cui iFood abbandonerà la tua giornata, strappandoti un sorriso e riempiendo una serata di relax casalingo. Ti farà sognare, viaggiare, vivere, lavorare, inventare, navigare, insistere.
L’avventura inizia per tutti, non solo per noi. È un’avventura condivisa, non perderti nemmeno un istante.

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Il Cibo nella storia

Il Cibo nell’Arte e nella Storia

Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di poter fare, incominciala.
L’audacia ha in sé genio, potere, magia. Incomincia adesso.
W. Goethe

Negli inizi si concentrano molte cose. L’entusiasmo, la voglia di scoprire e di far scoprire, incanalando l’immaginazione in un percorso specifico, verso un tema, pensando a come stuzzicare negli altri la curiosità e il piacere della lettura.
In questo nuovo modo di pensare e scrivere sul cibo, la rubrica che si aggiornerà ogni mercoledì è una alchimia di materie parte del sapere del nostro paese: l’arte e la storia della cucina, degli ingredienti, di come pittori, poeti, filosofi, storici hanno traghettato nel tempo le tradizioni culinarie e le conoscenze alla base della nostra cultura culinaria.
Sembra incredibile ma la quantità di interazioni che si incontrano sono straordinarie e numerosissime, la letteratura sull’argomento è vasta e ciò che offre la navigazione internet è altrettanto d’aiuto per compiere quelle ricerche altrimenti più complicate. In questa rubrica troverete riferimenti e racconti, una piccola evasione dal mondo di ricette in cui si trova immersa; sarà come passeggiare tra frutta e verdura ma attraverso le immagini, le poesie, le novelle antiche raccontate intorno al camino dalla nonna. Sarà uno svago a volte lieve a volte più intenso su come l’Italia intera (e non solo) ha da sempre trovato continui riferimenti nella cultura del cibo, quasi come fosse confortevole e rassicurante parlarne o rappresentarlo.

Banana - Andy Warhol, 1967
Banana – Andy Warhol, 1967

Dalla pop art fino a Caravaggio, dal modernissimo Arcimboldo fino alle particolarità dell’arte contemporanea, passando per Pascoli, Dalì, Leopardi, Voltaire e Proust, sarà divertente indagare negli interessi e nelle passioni di ogni artista che, con la penna o con il pennello, ha saputo parlare di cibo, come fosse una scultura a tutto tondo.

Con quella montagna di spunti a mia disposizione,
Come potevo decidere quale romanzo cominciare a scrivere?
J. Gaarder, Il venditore di storie

Fonti fotografiche tratte dal web.