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Il Cibo nella storia

Il pane in Lombardia

“…il pane nostro sia quotidiano,
dirà alla luce di un’altra fame che non si vive di solo pane
e verrà un tempo, molto vicino, di pane al pane, di vino al vino,
e per gli uomini crudi e violenti ci sarà pane per i loro denti,
sarà così che, piaccia o non piaccia, gli sarà reso pan per focaccia…”

“La leggenda del pane” di Giorgio Faletti

 

Tutti conosciamo infiniti modi di dire legati al pane, detti o proverbi che riflettono la sua importanza nella cultura popolare, che sottolineano quanto, questo semplice alimento sia il più presente sulle nostre tavole e simboleggi, oltre che un valore culturale, anche un valore religioso fortemente radicato nella nostra tradizione contadina.

Sono giunti fino a noi, molti modi di fare che ora creano qualche dubbio. Per esempio, il taglio che si fa sulla superficie dell’impasto da lasciare lievitare: la croce, simbolo cristiano, serviva a benedire il pane e a scacciare i demoni che avrebbero ostacolato la lievitazione. Tradizione o credenza, rafforzata dalla leggenda del miracolo di Santa Chiara: si racconta infatti che, ricevuto l’ordine dal papa di benedire i pani, Santa Chiara fece su di essi il segno della croce che, per miracolo, fu subito ben visibile intagliata sui pani.
Cocì anche la superstizione che un pane messo capovolto in tavola porti male.

La stessa tradizione contadina, fortunatamente, ci ha lasciato in eredità moltissime ricette da preparare con il pane raffermo. Quel pane preziosissimo che veniva impastato solo una volta alla settimana, che doveva durare per giorni e che non era da sprecare.

Oggi, come allora, se il pane non ha più le caratteristiche per essere portato in tavola, viene utilizzato per la preparazione di molti piatti tradizionali, gustosissimi ed invitanti, dall’antipasto al dolce.
Tra i più classici e casalinghi, ci sono: gli gnocchi di pane al sugo bergamaschi, le mariconde (polpettine di pangrattato, formaggio e uovo immerse nel brodo) e la panada (brodo ispessito con un soffritto di pangrattato) bresciane, la zuppa pavese, la torta paesana (con pane e latte) della Brianza, il pancotto (pane messo a bagno nel brodo e poi cotto con grassi e verdure aromatiche) e, naturalmente, le cotolette alla milanese e le polpette di ogni genere e qualità. Più semplicemente, si può biscottare in forno, di modo che si mantiene a lungo per essere consumato nel caffellatte a colazione, intinto nel vino come aperitivo o come antipasto, oppure condito con erbe aromatiche.

Ogni ricetta ha infinite varianti, perché ogni famiglia la preparava con ingredienti diversi, a seconda dei gusti, ma soprattutto delle disponibilità del momento.  

Ci sono infinite varietà di pane, che troviamo ogni giorno dai nostri fornai, diverse nella forma, nelle dimensioni, nei gusti e nei sapori. Gli ingredienti di base restano farina acqua e lievito, ma basta aggiungere un ingrediente, lavorare più o meno tempo l’impasto e variare la forma, per ottenere risultati differenti.
In Lombardia, come nelle altre regioni d’Italia, le tipologie di pane sono numerosissime e variano da una provincia all’altra.
Ho scelto di elencarne alcune tra le più conosciute o con una storia particolare.

 

LA MICHETTA

Il pane milanese per eccellenza, chiamato anche rosetta o stellina a Bergamo, proprio per la sua incisione a stella con cappello centrale che viene fatta in superficie, aprendola a forma di rosa.
Deriva dal Keisersemmel, la rosetta tirolese che arrivò in Italia nel 1700. Ma se a Vienna era un pane fresco e croccante, a Milano, non rimaneva fragrante fino a sera, rammolliva, a causa del clima umido. Ecco che, grazie alle modifiche dei mastri fornai milanesi, nasce la michetta, un pane soffiato cavo, senza mollica, consumato, quasi esclusivamente, farcito con salumi e affettati. Prodotto con farina, acqua, malto e lievito, fragrante e digeribile, è da sempre conosciuto come il panino degli operai: un pratico e saporito pranzo da portare al lavoro nella classica “schiscetta”.
Nel 2007, ha ottenuto il riconoscimento DE.CO. (Denominazione Comunale), assegnato dal comune di Milano ai prodotti gastronomici tradizionali milanesi.
Simili alla michetta, vengono prodotti il maggiolino e la tartaruga.

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foto di Marina Riccitelli

 

LA BANANA

Tipico panino lombardo dalla forma allungata e leggermente arcuata, prodotto con farina di semola e farina di grano, acqua, sale, lievito naturale e di birra, strutto fuso e olio. Al termine di una prolungata lievitazione, l’impasto è suddiviso in piccole porzioni da 70 g circa, che vengono modellate a forma di banana prima di essere cotte.

 

IL PANE DI SEGALE

Pane di colore scuro, detto anche Pane Nero, tipico della Valchiavenna e Valtellina data la maggior resistenza del cereale ai climi freddi della montagna e all’aridità rispetto al grano tenero.
È buono e salutare, grazie all’alto contenuto di sali minerali, fosforo e fibre.

 

LA CIABATTA

Pane di Como, ma diffuso in tutta la Lombardia, è prodotto con farina di grano tenero, acqua, sale, lievito di birra e olio extra vergine d’oliva. Ha una crosta croccante e pasta stirata, dalla forma allungata e schiacciata.

 

IL PANE DI COMO

Pagnotta comasca contraddistinta da crosta croccante e mollica ben lievitata. Leggera, soffice e fragrante, prodotta con farine di grano di tipo 1 unite a farine integrali.
La caratteristica principale di questo pane si basa sull’utilizzo del lievito madre per la preparazione della biga (la lievitazione è ottenuta da numerosi rinfreschi da cui parte poi la preparazione) e da un’attenta e accurata lavorazione manuale che, nelle varie fasi di lavorazione dell’impasto, garantiscono la sofficità della mollica.
Oggi è conosciuto anche come Pane Francese.

 

IL MICCONE PAVESE

Pane di pasta dura, prodotto con farina di grano tenero, acqua, lievito naturale e sale, in pezzature di circa un kg. Viene impastato e formata una treccia, incisa longitudinalmente appena prima della cottura. Dalla lunga lavorazione, ne risulta una pagnotta con mollica bianca e soffice e un deciso aroma di pasta lievitata.
Una volta raffermo, viene utilizzato per preparare la zuppa pavese: tagliato a fette, si rosola nel burro e, messo in un piatto, si versano sopra uova e parmigiano, il tutto ricoperto poi da brodo bollente.
A questo pane è legato un antico rituale religioso: narra la leggenda che Gesù Bambino, in un momento di pericolo, venne nascosto in un contenitore con dell’impasto. Gli ebrei non usano il lievito, ma quell’impasto lievitò, avvolgendolo e proteggendolo. La forma del Miccone, può ricordare proprio un fagotto. Veniva consumato l’antivigilia di Natale, per prepararsi al digiuno del 24, come augurio di salute e prosperità.

 

LA MANTOVANA

Pane tipico della provincia di Mantova, ottenuto arrotolando su se stessi due filoncini, preparati con farina di grano tenero, ma a pasta dura, fino a formare un boccolo e caratterizzata dal classico taglio centrale che crea delle creste. Questo pane è prodotto anche nella versione mignon, bauletto, e nella versione friabile, con l’aggiunta di olio e strutto, ricciolona.

pane mantovane

foto di Michela De Filio

 

E ancora: pane coi fichi, pane di riso, pane alla zucca, schiacciatine, focacce, ecc.

Una lista di pani tradizionali che risulta incompleta, imprecisa e, soprattutto, infinita, se si considerano, in aggiunta alle varianti, le riproposte di tipologie dimenticate o le novità che logicamente vengono introdotte sul mercato. Per esempio:

 

LA BUSELLA

Un pane tipico di Bergamo, a pasta dura, simile al pane mantovano, ma diverso nella lavorazione e nella forma: dopo una lenta lievitazione, l’impasto, preparato con farina di grano tenero, acqua, lievito naturale e strutto, viene diviso in parti da 100 g circa formando dei filoncini schiacciati. Vengono unte le estremità, rimboccate e ripiegate e lasciati lievitare nuovamente, prima di cuocerli in forno senza vapore. Un pane dimenticato, ma da poco reinterpretato che è tornato presente nelle ceste dei fornai.

 

LA GARIBALDA

Il pane vincitore nel 2009 del premio “Un pane per Bergamo”, promosso dalla Camera di Commercio in collaborazione con l’Associazione Panificatori della Provincia di Bergamo (ASPAN), realizzato con quattro tipi di farine (semola rimacinata di grano duro, farina integrale, farina gialla e farina di grano saraceno), dal profumo intenso e ricco di aromi; un pane attuale, ma legato al passato, buonissimo anche dopo due giorni, proprio come i pani di una volta, grazie alla lunga lievitazione che ne garantisce la freschezza e la lunga conservazione.

pane lombardia

“…Da quell’arbusto col fusto in riga che sale al cielo come una spiga,
da un uomo preso nel suo lavoro nasce quel piccolo capolavoro:
in un bisticcio fra estate e inverno cotto in un forno che par l’inferno,
farina, acqua, lievito e strutto, si chiama pane e questo è tutto.”

“La leggenda del pane” di Giorgio Faletti

 

Fonti fotografiche e bibliografiche:
Giacomo Ceruti, il Pitocchetto
Cesare Tallone
Taccuini Storici
https://www.panenostro.com/lombardia/
Wikipedia

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Il Cibo nella storia Travel & Food

Colatura di alici: il segreto di Cetara

La penisola italiana, oltre ad essere un paese incredibile, è una riserva di prodotti straordinari.

Ci sono ancora oggi luoghi impegnati nel portare avanti antiche usanze e tradizioni come se nulla fosse cambiato nel tempo. 

Nel mio ultimo viaggio, organizzato da Insolita Italia per iFood, sono andata alla scoperta della Costiera Amalfitana, luogo ricchissimo di paesaggi mozzafiato, dominati da una natura rigogliosa e caratterizzati dalla presenza di beni dallo spiccato valore artistico-culturale, ma sopratutto scrigno di tradizioni culinarie con prodotti tipici che hanno reso questi luoghi famosi in tutto il mondo, dando così vita ad un tour che ha combinato l’aspetto food alle tradizioni locali, andando alla scoperta dei “segreti del mestiere” e di tutto ciò che rappresenta un inestimabile patrimonio culturale di questa zona. 

In particolare mi ha affascinato Cetara, piccolo borgo marinaro, in quanto rappresenta il vero prototipo di paese caratterizzato da un fantastico prodotto tradizionale campano: la “Colatura di alici”. Un prodotto nobile e antico, che condiva i pasti di Giulio Cesare e degli imperatori romani: assomiglia molto, si dice, al garum romano, poi recuperato da alcuni monaci, che ne cominciarono la produzione sin dal Medioevo.

cetara amalfi

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Ma cos’è la colatura di alici di Cetara? Non è altro che una salsa molto saporita che viene ottenuta delle alici lasciate sotto sale e che anima il pasto più importante dell’anno dalle parti di Salerno, ovvero quello della vigilia di Natale.

colatura di alici

Si tratta di un “succo” di pesce ottenuto dalla macerazione delle alici che vengono pescate con l’antico metodo del “cianciolo” (lampara). 

La lavorazione avviene “scapezzando” (decapitando) le alici per poi metterle in un contenitore, dopo averle cosparse di sale, per ventiquattro ore. Il sale si alterna alle alici in modo da lasciare ogni pesce inserito nella botte a contatto diretto con il sale, che sarà il principale responsabile della conservazione. È proprio grazie a quest’ultimo che fuoriesce il liquido che sarà poi raccolto e che, in pochi mesi, diventerà la colatura.

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Vengono poi adagiate nei barili di legno detti “terzigno” (di rovere o castagno) alternando più strati di alici, con la tecnica “testa/coda”, cosparse di strati di sale grosso fino al riempimento della botte. 

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Completati gli starti si copre il tutto con un tappo di legno sul quale si poggia una pietra marina che fa da peso.

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Man mano che le alici maturano, affiora, al di sopra del coperchio, un liquido che costituisce la base della colatura.

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Nel mese di Dicembre si procede alla spillatura di questa.

Si fora il terzigno nella base inferiore della botte, con un attrezzo chiamato “vriale”, permettendo alla colatura di gocciolare in appositi recipienti di vetro, poi filtrato di nuovo con stracci di lino ed infine pronto per la consumazione.

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Le alici utilizzate per la colatura di Cetara vengono pescate tra il 25 Marzo (Festa dell’Annunciazione) e il 22 Luglio (Maria Maddalena), quindi vengono scapezzate, sviscerate e messe nel terzigno.

La colatura ha un gusto deciso e profondo, che include note di affumicatura nonostante sia ottenuta da alici fresche. Ha un sapore molto intenso che la rende protagonista del piatto della tradizione cetarese: gli spaghetti con la colatura.

Tipicamente vengono usati spaghetti o linguine cotti senza sale, già incluso in abbondanza nella colatura stessa.

La pasta viene cotta molto al dente, quindi fatta saltare nella colatura insieme ad un paio di cucchiai di acqua di cottura e condita con olio extravergine d’oliva, prezzemolo, aglio ed eventualmente peperoncino in dosi variabili.

Questo splendido liquido color mogano viene comunque molto apprezzato per insaporire verdure, pesce o carne. In molti lo utilizzano come condimento per un buon piatto di spaghetti alle vongole, stando però sempre attenti a non esagerare nelle proporzioni, ne bastano poche gocce!

Avete mai provato?

La giornata si è conclusa a cena dallo chef Pasquale Torrente al ristorante “Al Convento” con un’atmosfera e cucina tradizionale dove finalmente abbiamo potuto degustare questo prodotto strepitoso!

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La birra

Acqua, cereali e lievito: pane? No, BIRRA!!
Ovviamente è questione di proporzioni, ma, con gli stessi ingredienti del pane, si ottiene la birra, la bevanda più dissetante e gradevole della storia.

Fin dal 3000 a.C., in Mesopotamia, probabilmente presso i Sumeri, i mastri fornai lavoravano a stretto contatto con i mastri birrai. Mastri birrai che, a quanto pare, erano donne. E’ alle donne che si deve l’invenzione delle prime modalità di conservazione dell’orzo che, macerato in acqua, viene trasformato in malto, dando luogo poi alla fermentazione.
Come per gran parte delle scoperte o invenzioni, anche la birra è entrata nella storia dell’uomo per caso, grazie ad un errore, ad una sbadataggine. Narra, infatti, la leggenda che una donna dimenticò fuori un recipiente d’orzo che si bagnò per la pioggia, attivando casualmente la fermentazione, ottenendo così questo liquido, da subito considerato magico, perché dissetante, gradevole e leggermente inebriante.

La birra veniva nominata pane liquido proprio per la ricetta e la modalità con cui veniva prodotta: i cereali (orzo per la sikaru o farro per la kurunnu) venivano macinati per preparare una pagnotta, impastata con acqua e cotta in recipienti di terracotta, che veniva successivamente sbriciolata e messa in ammollo in molta acqua, a volte con altri cereali tritati. L’acqua con i cereali veniva poi riscaldata, fatta raffreddare, filtrata e versata in grandi recipienti. Quindi, veniva fatta fermentare con l’aggiunta di miele, spezie e aromi, a seconda della birra da produrre.
Sì, perché, già al tempo dei Babilonesi, si contavano oltre 20 qualità di birre, tra scure, bionde, rosse, dolci, amare, affumicate, forti o aromatiche.
La coltura dei cereali divenne fondamentale per garantire pane e birra, tanto che si iniziò a progettare nuovi sistemi di irrigazione e di coltivazione, portando così l’uomo ad abbandonare il nomadismo e a diventare sedentario costruendo villaggi e città.

L’importanza della birra nella storia viene sottolineata nel Codice di Hammurabi (il sesto re di Babilonia che regnò tra il 1792 e il 1750 a.C.), la più antica raccolta di leggi scritte che si conosca, scolpita su una stele di diorite quasi 38 secoli fa. Il Codice comprende un sintetico disciplinare per la produzione e la vendita della birra , con tanto di sanzioni severissime per i trasghessori:
_ tutti i cittadini dovevano bere una razione di birra ogni giorno (la quantità dipendeva dallo status sociale);
_ pena di morte per chi annacquava la birra;
_ le donne che servivano cattiva birra dovevano essere affogate;
_ multe per chi avesse aperto mescite senza l’autorizzazione reale.
Questi sono solo alcuni esempi che fanno capire con quanto rigore venivano regolamentati la fabbricazione e il commercio della birra. Tanto rigore giustificato dal fatto che la birra aveva un profondo significato, oltre che culturale, anche religioso. Era considerata una bevanda sacra e un dono degli dei, con la quale rincorrere gioia, sapienza e pace. Non potevano quindi mancare, per esempio, la patrona della birra, Nidaba, dea del grano, Cerere (da qui poi cerveza) dea greca della terra e della fertilità, il gigante Enkiku, un eroe mitico che “ne bevve sette volte e il suo spirito si sciolse” e Gambrinus, il re fiammingo, leggendario inventore della birra.

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Anche nell’antico Egitto a produrla erano proprio i fornai che, con gli stessi ingredienti del pane, ottenevano il bappir, matrice della birra, zythum, la bevanda chiamata portatrice di gioia, un’importante merce di scambio, che veniva utilizzata spesso come salario e bevuta con cannucce per ridurre i sedimenti.
Verso il 2000 a.C. sorsero sul Nilo, sempre abbinati ai panifici, i primi birrifici industriali, in quanto la domanda del mercato era fortissima: la birra veniva somministrata come ricostituente per i lavoratori, come sostituto del latte materno, mescolata a miele per i lattanti e come offerta per gli dèi.
Nel mondo greco-romano, invece, non ebbe molto successo: in Grecia veniva usata solo quando il vino era vietato per motivi di ordine pubblico (per esempio durante le Olimpiadi) e a Roma era molto conosciuta, ma non altrettanto apprezzata.

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La diffusione della birra in Europa, soprattutto nel nord, dove la coltivazione della vite era difficoltosa o impossibile, si consolidò nel Medioevo, a partire dall’XI-XII secolo, grazie principalmente ai monasteri locali. I monaci cristiani costruirono birrifici e realizzarono le loro birre nutrienti per i periodi di digiuno, oltre che per offrire rifugio ai viandanti e ai pellegrini e per salvaguardarsi dalle epidemie. La birra, in effetti, era igienicamente molto più sicura dell’acqua, grazie proprio alla fermentazione, che fungeva da disinfettante.
Alcuni benedettini tedeschi fondarono l’Abbazia di Weihenstephan, presso Freising (Baviera), che dal 1040 ospita il birrificio più antico del monto tuttora attivo e una Facoltà di ingegneria birraria del Politecnico di Monaco.

Sempre in questo periodo iniziò a diffondersi l’uso del luppolo, il vegetale amaro che corregge il gusto dolciastro del malto d’orzo e migliora la tenuta della schiuma. In origine, la birra veniva aromatizzata con salvia, rosmarino, ginepro, anice, finocchio, ciliegie, datteri, erbe o resine, e il luppolo era utilizzato solo a scopo medicinale, per infusi antinfiammatori. La miscela di spezie, gruyt, non aveva le stesse proprietà conservanti del luppolo: la birra aromatizzata senza luppolo doveva essere bevuta subito dopo la preparazione e non poteva essere esportata; l’unica alternativa era aumentare le dosi dell’alcol, risultando però troppo costoso.
Grazie agli studi di santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), mocaca benedettina, naturalista, letterata e musicista a Rupetsberg (presso Magonza), il luppolo venne aggiunto alla composizione base della birra come conservante naturale, grazie alle sue proprietà antibatterche.

Nei secoli, i birrai hanno creato decine di stili di birra. Dai fiamminghi agli scozzesi, dall’Irlanda alla Germania, ogni popolo e ogni paese ha avuto le sue specialità, fino ad arrivare a contarne oltre 400 diverse.
Il successo in Italia è arrivato solamente nella metà del secolo scorso. Fin dal Medioevo infatti, la birra era considerata una bibita strana, tipica delle genti del nord, niente a che vedere col vino, apprezzatissimo, più noto e meno costoso, vista la facile reperibilità… Ma questa è un’altra storia.

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Lo sapevate che esiste la cenosillicafobia, la paura di trovare il bicchiere vuoto? Chi soffre di questa fobia può avere attacchi di panico quando vede il fondo del boccale!  
 

 

Fonti bibliografiche e fotografiche:

Flickriver

Taccuinistorici

Focus

Edouard Manet

 

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La torta

Compleanno, matrimonio, anniversario, nascita, festa della mamma, del papà, cena di classe o di lavoro, potrei andare avanti all’infinito! Ci sono mille motivi per festeggiare, mille modi di festeggiare, mille posti dove festeggiare, ma c’è un’unica vera protagonista di quel giorno particolare, l’elemento conclusivo di un evento da ricordare, il momento che tutti aspettano che accomuna le diverse tipologie di festa: la torta!

Perché la torta??
_Gli Egizi la preparavano per i defunti, insieme ad altre prelibatezze, in modo di favorire il loro viaggio nell’aldilà;
_i Persiani vengono ricordati come “abili pasticcieri”;
_i Greci in occasione dei matrimoni e per festeggiare Artemide, la dea della luna, il 6 di ogni mese, preparavano un piccolo dolce a base di farina e miele, rotondo e illuminato da candele, proprio a rappresentare la Luna: il fuoco delle candele teneva lontani gli spiriti maligni e veniva spento solo alla fine della festa, quando non poteva più essere rovinata. Da qui, anche la consuetudine di esprimere un desiderio prima di soffiare sulle candeline: la credenza, infatti, vuole che il fumo sprigionato dalle fiamme riesca a portare i desideri fino al cielo.
Praticamente, da sempre, si festeggia con una torta e, grazie ai Greci è nato il rito del giorno del compleanno, ereditato poi dai Romani, ma riservato esclusivamente alle grandi solennità.

Con la diffusione del Cristianesimo, l’anniversario della nascita venne sostituito con la celebrazione della morte, cioé il giorno della nascita alla vita eterna. Dal VI sec., quando venne istituita la festività natalizia, si ricominciò a festeggiare i compleanni, sempre e solo delle persone importanti, finché nel XVI sec, divenne obbligatorio registrare, presso le chiese parrocchiali, la data di nascita dei battezzati appartenenti alla comunità, diffondendosi così la festa tra tutti i ceti sociali.

Una tradizione comune in tutto il mondo, ma tramandata e personalizzata a seconda delle abitudini, riti e credenze del proprio Paese: per esempio, in Inghilterra e in Canada si mescolano all’impasto della torta oggetti beneagurali, come una monetina, per augurare fortuna e prosperità; in Cina, appena si nasce si è già vecchi di un anno, quindi, una candelina in più sulla torta; in Russia viene servita la torta di compleanno (perlopiù crostate) con gli auguri al festeggiato scritti sulla superficie.

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Le torte più antiche erano perlopiù pani, biscotti o focacce dolci. Gli ingredienti a disposizione erano farina di grano, farro o avena, uova, latte e vino e, in base all’area geografica, frutta secca, datteri, mele cotogne o formaggio; come dolcificante si utilizzava il miele, il defrutum (un mosto cotto) o il succo di fichi, a seconda della disponibilità economica.

Piccole e semplici, ma con un intenso significato: durante i matrimoni, infatti, prima i greci e poi i romani erano soliti offrire agli sposi dei dolci, simboli di ricchezza e fertilità. Ogni dolce ricevuto veniva impilato e glassato con del lardo per non farlo cadere: più alta era la torre, più grande era l’amore e il rispetto per gli sposi. Solo nel XVII sec., uno chef francese, sostituì il lardo con il caramello, dando vita così al primo croquembouche, antenato della classica torta nuziale a strati e interpretato oggi con una montagna di bigné, ripieni di crema chantilly, legati proprio da fili di caramello, usato tutt’ora come topper sulle torte nuziali francesi.
La torta nuziale che, da sempre, deve essere bianca, simbolo di purezza, castità e benessere della famiglia: considerando che lo zucchero era costosissimo, più bianca era la torta, più ricca era la sposa.

Ed ecco che arriviamo alla bianchissima ghiaccia reale e alla pasta di zucchero, che non sono una moda del momento, ma hanno già anni di gloria. La ghiaccia reale, o royal icing, deriva infatti dalla prima torta decorata della storia, la Royal Wedding Cake, la torta nuziale per la regina Vittoria e il principe Alberto nel 1840: la prima torta bianchissima interamente ricoperta da pasta di zucchero, creata dal pasticciere di Buckingham Palace, che ha così dato il via anche al topper cake, figure simboliche di amore e unione, originariamente chiamato christening cake, in quanto veniva conservato per essere distribuito durante la celebrazione del battesimo del primogenito.

Da quel momento, grazie anche all’avvento dei forni a temperatura controllata e all’importazione di due ingredienti importanti come il lievito e il bicarbonato di sodio, la realizzazione delle torte venne agevolata e facilitata, riempiendo le nostre case di profumi e sapori che rimangono impressi nel cuore, perché vissuti con chi ci ama.

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“Delle buone torte di mele sono una parte considerevole della nostra felicità domestica.” (Jane Austen)

 

 

Fonti bibliografiche e fotografiche:

Wayne Thiebaud

http://www.taccuinistorici.it/ita/

http://ilmondodeidolci.blogspot.it/2013/06/la-storia-della-torta-dai-greci-e.html

Storia delle torte nuziali

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Buon Ferragosto!

Il mondo ipocrita non vuole dare importanza al mangiare, ma poi non si fa festa, civile o religiosa, che non si distenda la tovaglia e non si cerchi di pappare del meglio.” (P. Artusi)

Verissimo! Grigliate, gavettoni, pranzi al sacco e gite fuori porta. Come avete organizzato la vostra giornata? Siete pronti a divertirvi con amici e parenti? A rilassarvi con un picnic in montagna o a vivervi un falò in spiaggia?

Ferragosto è la vacanza tanto attesa e condivisa da tutti gli italiani, con la tradizione del pranzo al sacco durante le gite fuori porta. E’ negli anni venti che nasce questa abitudine, quando vennero istituiti i treni popolari di Ferragosto con prezzi scontati per favorire il turismo. Un’offerta valida solo nei giorni 13-14-15 agosto che offriva l’opportunità di visitare città d’arte italiane, di mare o di montagna, con gite da uno a tre giorni, che però non comprendeva il vitto. Ecco che nasce la tradizione della gita fuori porta, o del fine settimana al mare o in montagna, allietati da preparazioni casalinghe che, gustate all’aperto, rendono il tutto più piacevole e divertente.

Si punta tutto sulla qualità, sulla preparazione di un menù genuino con prodotti di stagione, a km 0 e con prezzi contenuti. Un menù vario che soddisfa ogni gusto e abitudine alimentare. Partendo da insalate fredde di pasta, riso o altri cereali, frittate con ogni tipo di verdura, tramezzini, polpette, focacce, muffin e torte salate, fino ad arrivare al dolce con biscotti, crostate, ciambelle o sfoglie alla frutta. Uno zaino o una borsa frigo, molto pratici, o, perché no, una tovaglia a quadrettoni e un cestino di vimini, più affascinante e bucolico come la moda del momento, è tutto l’occorrente per una pausa rilassante prima di proseguire l’escursione o la visita nella città d’arte scelta. Pranzo al sacco e picnic sono proprio il coronamento di una giornata speciale, una cornice idilliaca da ricordare.

Ferragosto1

In evidenza: Fernando Botero, Picnic, 2002. Sopra: Fernando Botero, Picnic, 1989.

Ferragosto picnic.

Fernando Botero, Picnic, 2001, 1999.

Ferragosto è sinonimo di pausa, vacanza, divertimento, allegria, famiglia, amici, spensieratezza, gioia, ma soprattutto relax.

La parola Ferragosto deriva, infatti, dalla locuzione latina feriae Augusti, il riposo di Augusto, il primo imperatore romano. E’ proprio l’imperatore Augusto che, nel 18 a.C., ha istituito questa festività, in aggiunta a quelle già esistenti, come i Vinalia rustica e i Consualia, dedicate al dio dei granai e dalla fertilità, per celebrare i raccolti e la fine dei lavori agricoli. Un riposo dal lavoro che durava tutto il mese sextilis (il sesto mese dell’anno nel calendario romano), rinominato poi nell’8 a.C. augustus proprio in onore dell’imperatore Augusto (la Chiesa cattolica stabilì poi un unico giorno di festa, il 15 agosto, in celebrazione dell’Assunzione di Maria).

Da più di 2000 anni, quindi, il suo significato è rimasto invariato: riposo!
Così come è rimasto invariato il modo di festeggiare, visto che si organizzavano corse di cavalli, folclore che si rievoca ancora oggi, per esempio, ogni anno al Palio di Siena, proprio in occasione dell’Assunzione di Maria.
Anche i falò in spiaggia o i fuochi d’artificio e i gavettoni o i bagni di mezzanotte fanno riferimento a significati pagani simboleggiando il fuoco il mezzo per allontanare spiriti maligni e l’acqua la purificazione.

Che si decida per una gita al mare o in montagna, oppure che si rimanga nella casa di campagna o al parco in città, qualunque sia la meta, una scelta che accomuna la maggior parte degli italiani è l’intramontabile grigliata che rende indimenticabile ogni Ferragosto! Barbecue e birra ghiacciata è tutto quello che serve per festeggiare insieme agli amici o a tutta la famiglia. Immancabile, infine, è l’anguria, il frutto più rinfrescante e il simbolo dell’estate, ideale per concludere piacevolmente questa festa.

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Raphaelle Peale, Ancora la vita con l’anguria, 1822.

 “Se volete una buona regola, nel pranzo arrestatevi al primo boccone che vi fa nausea e senz’altro passate al dessert.” (P. Artusi)

 

 

Fonti bibliografiche e fotografiche:

https://it.wikipedia.org/wiki/Ferragosto

https://it.wikipedia.org/wiki/Agosto

http://www.settemuse.it/pittori_scultori_americani/fernando_botero_2.htm

http://it.wahooart.com/@@/8YE2YB-Raphaelle-Peale-ancora-la-vita-con-anguria

 

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Proverbi gastronomici

L’appetito vien mangiando, buono come il pane, una mela al giorno toglie il medico di torno, gallina vecchia fa buon brodo, cercare il pelo nell’uovo, piangere sul latte versato, sono solo alcuni dei tantissimi modi di dire legati al cibo, che ci fanno capire meglio la nostra cultura e quella che è stata la nostra storia.

Utilizziamo frequentemente tutte queste espressioni anche in modo ironico e divertente, ma spesso passano inosservate, celando un importante pensiero, una verità di vita vissuta dettata dall’esperienza. Gli alimenti, soprattutto ortaggi e legumi, erano presenti sulle tavole quotidianamente, appartenevano al lessico famigliare, dando così origine ad espressioni e modi di dire che, tramandati da una generazione all’altra, ci raccontano, in forma stringata e incisiva, usi, costumi, credenze e comportamenti di chi è vissuto prima di noi.

Ne ho scelti dieci, tra tutti, quelli che più mi hanno incuriosita.

proverbi zuppa

Zuppa di legumi e cavolo nero

Cade a fagiolo: capitare al momento giusto, nel momento più opportuno.

Nel Medioevo, i fagioli erano considerati un alimento povero, consumati soprattutto dai contadini o nei monasteri. Grazie alla loro facile conservazione, venivano essiccati ed erano utilizzati in cucina interi o macinati, per preparare minestre, brodi, creme o zuppe, preparati insieme agli ortaggi o semplicemente cotti e conditi con l’olio. Praticamente era consuetudine trovarli alla mensa dei contadini tutti i giorni e, se qualcuno arrivava inaspettatamente (viandanti o pellegrini), capitava a fagiolo, quando cioè la tavola e il pranzo erano già pronti.

Se non è zuppa è pan bagnato: due modi diversi per dire la stessa cosa.

Con zuppa, oggi, intendiamo il nome generico di minestre in brodo preparate con diversi ingredienti e in modi molto vari, per lo più servite con fette di pane tostate o fritte. Ma il termine zuppa deriva dal germanico suppa, che significa fetta di pane inzuppato. Ecco allora, che si comprende meglio il proverbio, visto che i significati si equivalgono.

O mangi la minestra o salti la finestra: quando una persona è obbligata a fare una cosa, senza alternative.

Questo detto nasce sempre sulle tavole dei poveri, quando la minestra era l’unico piatto che si potevano permettere, quindi o la mangiavano, o l’alternativa era rimanere a digiuno. La finestra non c’entra proprio niente, se non a fare la rima!

La minestra riscaldata: riferito ad un fatto o ad una situazione che, se ripetuto, diventa monotono.

Come il proverbio precedente, anche questo detto è legato ai contadini, che preparavano la minestra quotidianamente, quindi, pur buona che sia, perdeva un po’ della sua bontà, accontentandosi, comunque, di trovarla già pronta. Oggi fa riferimento sopprattutto alle storie d’amore.

Avere poco sale in zucca: essere poco intelligenti.

La zucca di cui si parla è quella del genere Lagenaria (la zucca a fiasco o zucca bottiglia) l’unica zucca conosciuta nel vecchio Continente, prima della scoperta dell’America. Giunta a maturazione, essiccata e svuotata dei semi e delle parti residue, diventava un recipiente leggero, resistente e soprattutto impermeabile, venendo quindi utilizzato come contenitore: borracce per i pellegrini o, in particolar modo, saliere. Ecco che il sale sta ad indicare la materia grigia presente nella testa, la zucca.

proverbi pane

Pane alle noci

Rendere pan per focaccia: restituire, in cambio di un’offesa, una più grave.

Questo antichissimo proverbio è legato alla storia del pane. Se ne potevano distinguere due tipi: uno di qualità, impastato e lasciato lievitare molto lentamente, morbido ed appetitoso, e l’altro, una focaccia preparata senza lievito, a lunga conservazione, quindi più dura e asciutta.
Questa focaccia era il pane dei pellegrini, quello che mangiavano durante i loro cammini, a volte insaporendolo con spezie, altre volte intingendolo nelle zuppe di legumi alla mensa di generosi contadini che, in cambio di racconti e notizie dei loro viaggi, li ricompensavano con una nuova focaccia. Da qui, questo proverbio può significare anche uno scambio di cose totalmente differenti tra persone.

Acqua in bocca: mantenere un segreto.

Si narra che una donna dalla lingua lunga e maligna, ma molto devota, pregasse spesso il suo confessore a prestarle un rimedio contro quel peccato. Un giorno, quindi, le diede una boccetta di acqua del pozzo dicendole di portarla sempre con sé e, quando sentiva la voglia di sparlare, metterne qualche goccia in bocca e tenerla finché non fosse passata la tentazione. La donna guarì da questo vizio, pensando fosse un’acqua miracolosa. Questa credenza, probabilmente non avrà dato l’origine a questo detto, ma lo spiega molto bene.

Infinocchiare: imbrogliare, ingannare.

Deriva chiaramente da finocchio, un ortaggio particolarmente profumato che, se consumato soprattutto crudo, è capace di alterare i sapori, rendendo tutto più dolce e piacevole. Ecco perché, nelle osterie di un tempo, gli osti offrivano degli antipasti a base di finocchio per far sembrare migliore il vino servito, di scarsa qualità o mal conservato.

Spirito di patata: voler far ridere, ma non essere affatto spiritoso.

I distillati si ottengono dalla fermentazione di cereali, uva, mele, pere, pesche, noci, ciliegie, fragole, erbe, …,  e anche dalla patata. Ripassando le bevande più volte, la gradazione alcolica, spirito, continua ad aumentare, ad eccezione di quelle ricavate dalla patata. Per questo motivo, questo alcol è considerato il meno pregiato tra tutti, e l’umorismo di chi vuole far ridere, senza riuscirci, viene associato allo spirito di patata.

La ciliegina sulla torta: l’ultima di una serie di fortune o sfortune, quindi più positiva o più negativa, che va a completare, a concludere una situazione.

La metafora è presa della torte che venivano guarnite con una ciliegia sotto spirito o un’amarena, cotte al sole, una tecnica antichissima per sciroppare e conservare la frutta. Quindi, come la ciliegia è il tocco finale, il particolare che completa la torta, la più o meno ambita dai commensali, ora è il particolare che completa un avvenimento o un problema.

proverbi zeppole

Zeppole di san Giuseppe

 

Bene!! Siamo arrivati alla frutta! Magari per qualcuno è stato tutto fumo e niente arrosto, avrò fatto solo una frittata, ma si sa… non tutte le ciambelle escono col buco!!!

I proverbi evidenziano la saggezza popolare e verranno per sempre ricordati grazie alla loro concisione ed efficacia.

 

Fonti bibliografiche:

http://www.treccani.it/

http://www.taccuinistorici.it/ita/news/medioevale/usi-curiosita/Legumi-cibo-dei-santi-e-degli-umili.html

http://www.oria.info/forum/l-angolo-di-giuseppe-f18/rendere-pan-per-focaccia-t4275.html

Carlo Lapucci, Il dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Garzanti-A.Vallardi

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Il Cibo nella storia

La notte di San Giovanni

Ci siamo!! Siamo prossimi al Midsummer!!
La notte di san Giovanni, il 24 giugno, è la notte più corta dell’anno, una notte magica, come quella di s. Paolo a gennaio, legata a riti, credenze e tradizioni tramandati e ricordati ancora oggi. 

Nel nord Europa viene chiamata Midsummer, mezza-estate, anche se sono passati pochissimi giorni dal solstizio d’estate, che ce ne indica l’inizio. Forse perché, dal 21 giugno, il sole tramonta prima e le giornate iniziano ad accorciarsi, oppure perché nell’antichità, esistevano solo due stagioni, l’inverno, e l’estate, che iniziava con i primi tepori di marzo/aprile e terminava a fine agosto, collocando giugno perfettamente a metà estate!

E’ durante questa notte che magia e realtà si fondono attraverso rituali, credenze o superstizioni, che variano da regione in regione e, seppur trasformati, sono giunti fino a noi, grazie a ricette tipiche, legate alle tradizioni. 

erbe san giovanni

La notte delle erbe:

si dice, che le erbe raccolte nella notte di san Giovanni, abbiano il potere di preservare dalle  malattie e dal malocchio, di aumentare la bellezza o addirittura di prevedere il futuro, tutto grazie alla rugiada che le bagna nella notte. Tra le più note ci sono: l’iperico, chiamato anche erba di san Giovanni, l’artemisia, la verbena, il ribes rosso, e anche aglio, cipolla, sambuco, lavanda, camomilla, mentuccia, ortica, salvia e rosmarino.

Con alcune di queste erbe, a Parma e in parte dell’Emilia Romagna, ancor oggi, è tradizione preparare i Tortelli d’erbette, con un ripieno di ricotta e un mix di erbe che varia da paese in paese, da gustare in cortile, ma con la porta di casa aperta per favorire i benefici influssi rugiadosi.

 

La notte delle lumache:

questa di san Giovanni è una festa di pace, armonia e felicità, ricca di pensieri e propositi positivi per l’avvenire. L’opposto di quello che, nel Medioevo, simboleggiavano le lumache che, con le loro corna, venivano identificate col diavolo, rappresentando così la discordia e, perciò dovevano essere, in qualsiasi modo, eliminate.

“Per ogni corna di lumaca mangiata la notte di San Giovanni una sventura era scongiurata”.

Ecco perché le lumache di san Giovanni è diventato il piatto tipico della festa, soprattutto nel Centro Italia. Cotte, non a caso, con un soffritto di aglio e cipolla e condite con salsa di pomodoro e mentuccia, maggiorana, origano e prezzemolo, a sottolineare l’imporanza dei benefici magici di queste erbe.

noce di san giovanni
W. Waterhouse, The magic circle, 1886. – Il noce di Benevento. – Principali componenti di una albero di noce: fiori maschili e femminili, frutto e seme.

 

La notte delle streghe:

in una notte magica, non possono certo mancare le streghe che, come vuole la leggenda, pare si radunino attorno ad un grande noce di Benevento, in cerca delle erbe che aumentano i loro poteri magici, ma vengono spaventate dal rumore dei festeggiamenti, che, con canti, balli e falò accesi, servono proprio ad allontanare loro ed altri spiriti maligni.

Proprio durante questa notte, si raccolgono le noci verdi, ancora acerbe, che servono per preparare il Nocino, chiamato anche il liquore delle streghe.

Quindi, il 24 giugno si raccolgono le noci (possibilmente da mani femminili), si tagliano in 4 parti e si lasciano in infusione con l’alcol e aromi (chiodi di garofano e cannella) fino alla notte di san Lorenzo (10 agosto). Dopo di che, si filtrano noci e aromi e si aggiunge lo sciroppo di acqua e zucchero all’infuso rimasto. Si lascia riposare un mese e si imbottiglia. E’ pronto per la vigilia di Ognissanti.

Un ottimo digestivo, a conclusione di una cena abbondante, tipica di occasioni speciali, come questa.

notte san giovanni sogno
Joseph Noel Paton, La riconciliazione di Titania e Oberon, 1847.

“Ogni fata in giro vada con questa rugiada sacra
e stanza per stanza diffonda la benedizione dolce della pace”. (“Sogno di una notte di mezza estate”, Shakespeare)

 

 

Fonti bibliografiche e fotografiche:

la magica notte di san Giovanni

Roma Sparita

Wikipedia

Wikipedia

Disegni erbe San Giovanni

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Il Cibo nella storia

Il castello di Pagazzano

Il castello di Pagazzano (Bg) si trova nell’omonimo paese, al confine tra le province di Bergamo, Milano e Cremona. Proprio per questo motivo, la bassa bergamasca è disseminata di fortezze e palazzi pronti a raccontare e ricordare la nostra storia.
Il Castello nasce come fortificazione per difendersi da lotte di predominio sul territorio, prima tra i comuni di Bergamo e Cremona, poi tra ducato di Milano e repubblica di Venezia, tanto che, nel XIII secolo, venne scavato un fossato, denominato “fosso bergamasco”, proprio per definirne i confini, rinforzati da torri di avvistamento.
La vera storia del castello inizia nel 1354 con Bernabò Visconti, duca di Milano, che eredita il territorio della Gera d’Adda, incluso quindi Pagazzano. E’ proprio Bernabò Visconti che inizia la sistemazione del mastio, del palatium castri (l’ala nord-est del castello) e che traccia il perimetro a base quadrata di 80 m. La costruzione del Castello, nella forma e nei particolari giunti fino a noi, è stata invece realizzata tra il 1450 e il 1475.

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Dapprima fortificazione, poi dimora signorile, fino a diventare azienda agricola, il castello riporta manifestamente i mutamenti architettonici di cui fu fatto oggetto nel corso dei secoli.
L’esterno ha mantenuto una struttura tipicamente quattocentesca, infatti si presenta ben conservato ed estremamente suggestivo, soprattutto per la presenza di un fossato interamente adacquato, unico nella bergamasca. Ne completano la cornice le torri, i merli a coda di rondine, i due ponti levatoi, uno principale e uno secondario funzionante, i camminamenti, i sotterranei e l’imponente mastio.

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Il Castello fu abitato fino al 2000, anno in cui fu venduto al comune.
L’interno, perciò, ha subito numerose modifiche nel corso dei secoli, a causa del tempo e delle persone che lo hanno abitato, in base a mode, stili e gusti personali. Passando da una sala all’altra del Castello, si possono notare le modifiche e le aggiunte di stili effettuati.
Le sale sono impreziosite dal “Museo della Civiltà Contadina”, che racchiude oggetti e antichi strumenti di lavoro, provenienti da privati cittadini e, in parte, trovati all’interno del Castello. La raccolta, oggi, è composta da oltre 2000 reperti a testimonianza di un’economia agricola legata al territorio.
Il castello di Pagazzano conserva un maestoso torchio completamente restaurato e utilizzato nei secoli scorsi per la spremitura dell’uva, di semi o frutti (ad esempio noci) da cui ottenere l’olio, insieme ad altri ambienti caratteristici quali le abitazioni del fattore, del nobile e dei coloni, le stalle, le scuderie, i granai, la ghiacciaia, le cantine e i depositi per gli attrezzi.

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Locali, tutti recentemente restaurati, dove sono state collocate delle postazioni interattive, che hanno lo scopo di illustrare al visitatore la storia del castello, le fortificazioni della bergamasca, i recenti restauri e il funzionamento del torchio stesso. Il Museo multimediale dei castelli della bassa pianura comprende anche una particolare proiezione che rappresenta un interessantissimo e immaginario dialogo tra Bernabò Visconti, signore di Milano e Bartolomeo Colleoni, importantissimo condottiero della città di Bergamo.

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Per completare l’opera museale e culturale, il Castello ospita il MAGO (Museo Archeologico delle Grandi Opere), un’esposizione dinamica, in quanto il museo si rinnova continuamente di nuovi reperti venuti alla luce durante gli scavi per la realizzazione dell’autostrada BreBeMi e della linea ferroviaria Alta Velocità.

Il visitatore può quindi scoprire tutte le strutture esterne ed interne attraverso una visita guidata, che può essere completa, che comprende il tour del castello, il museo multimediale, il museo della civiltà contadina e il MAGO, o parziale, a sua discrezione.

Non mancano mai mostre tematiche di pittura, scultura o fotografia, eventi culturali e musicali, cene a tema o aperitivi, rievocazioni storiche o laboratori per bambini e ragazzi.

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Il castello di Pagazzano è aperto al pubblico la prima e la terza domenica di ogni mese, dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 18. Le visite guidate sono organizzate ogni mezz’ora e qui trovate tutte le informazioni sul prezzo del biglietto o un’eventuale prenotazione.

Fonti bibliografiche e fotografiche:

http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/geo/016154

http://www.castellodipagazzano.it/

http://www.ecodibergamo.it/stories/tempo-libero/il-museo-delle-grandi-opere-a-pagazzanonel-castello-i-tesori-archeologici-scoper_1133138_11/

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Il Cibo nella storia

E’ un altro paio di maniche!

Giacomo Legi (1600-1640), Cuoca che prepara le torte di mele. Genova, Palazzo Bianco

“È un altro paio di maniche” è un’espressione ricorrente nell’italiano colloquiale e letterario col significato di “tutta un’altra cosa, non paragonabile con la precedente”. Questo detto è ancora molto usato, ma, per capirlo, bisogna conoscere l’usanza dell’abbigliamento medievale e rinascimentale.

Nel Medioevo, il problema principale era l’acqua, che era spesso salmastra e stagnante. Quindi, anche quella che sgorgava dalle fonte era inquinata e non poteva essere, perciò, utilizzata né per lavarsi né per lavare i panni. L’acqua, per essere usata, doveva essere bollita e sterilizzata con erbe o radici detergenti, un’operazione molto costosa anche per i ricchi che, per risolvere il problema, ripiegavano su spugnature profumate.

Fare il bucato era, dunque, un’incombenza molto impegnativa e veniva spesso evitata o risolta con quella che era la “moda” del tempo: i vestiti venivano realizzati e venduti con delle maniche intercambiabili. Avere delle maniche di scorta era molto comodo e vantaggioso, in quanto erano la parte più soggetta a sporcarsi rispetto al resto del vestito.

Quindi, le maniche non erano cucite all’abito, ma erano staccate e venivano cambiate a seconda delle diverse occasioni: in casa si usavano delle maniche più modeste, mentre per uscire si sceglievano delle maniche più eleganti e preziose. Bastava cambiare le maniche per avere un abito diverso.

maniche

Vincenzo Campi, La cucina, 1580 ca., Milano, Pinacoteca di Brera

Dal XIV sec. fino agli inizi del XX sec., le maniche sono state preziose e utili per moltissimi lavoratori: dagli impiegati che venivano chiamati mezze maniche, perché usavano, appunto, delle mezze maniche nere poiché si sporcavano spesso con l’inchiostro, ai cuochi, sottocuochi, sguatteri, etc., nelle cucine, ai contadini, coltivatori e produttori nei campi.
La servitù non riceveva lo stipendio, ma solo vitto, alloggio e un vestito nuovo da far durare un anno. Le maniche dell’abito erano le prime a consumarsi, perciò il padrone elargiva al servo una “mancia” per permettergli di comprare le maniche di ricambio. La parola mancia deriva dal francese manche, ossia manica, che però è giunta in Italia, tradotta a orecchio, appunto in mancia, col significato generico di “dono”, che poi col tempo è passata a definire un regalo sempre più povero, dato per cortesia a chi ci ha dato un servizio.
Le maniche che si indossavano erano un chiaro segnale di appartenenza sociale, infatti, osservando solamente quel dettaglio si riusciva subito a capire chi si aveva di fronte.

maniche..

Jean-Francois Millet, Le spigolatrici, 1857, e I piantatori di patate, 1861

Le maniche erano anche un pegno d’amore: le dame usavano donare una manica al loro cavaliere preferito, che la legava alla corazza come uno stendardo svolazzante. I fidanzati avevano l’abitudine di scambiarsi le maniche e, in caso di rottura del fidanzamento, avveniva la reciproca restituzione. Il gesto certificava una situazione nuova: si era liberi di prendere una nuova direzione di vita, poteva nascere una relazione completamente diversa rispetto alla precedente. Allora, appunto, era il momento di “un altro paio di maniche”.

Le maniche separabili erano indossate, logicamente per moda e non per opportunità, da nobili, donne ricche e da regine. Costituivano l’elemento più ricco e ricercato del vestito e venivano applicate con nastri, fiocchi, lacci e bottoni, in genere di stoffa più ricca e di colore diverso dell’abito e ornate con ricami, pizzi, gioielli, sbuffi e foderate di pelliccia.
Nel 1297, Violante di Sicilia, moglie del re Roberto d’Angiò, fu derubata da un ladro abilissimo, che riuscì a sfilarle di dosso una delle sue preziose maniche, mentre era assorta a guardare uno spettacolo. Tutto a sottolineare il pregio e il valore dell’oggetto.

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Ambrogio de Predis, Ragazza con ciliegie, 1491, Metropolitan Museum of Art, New York

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 Leonardo da Vinci, La Belle Ferronnière, 1490 ca., Mousée du Louvre, Parigi e Tiziano, Ritratto di Vincenzo Mosti, 1520 ca, Galleria Palatina, Firenze.

Spesso veniva indossato lo stesso abito, con le maniche in inverno, senza maniche nella versione estiva.

 

Fonti bibliografiche e fotografiche:

https://it.wikipedia.org/wiki/%C3%88_un_altro_paio_di_maniche

http://www.treccani.it/enciclopedia/manica_res-badcd92e-8bb1-11dc-8e9d-0016357eee51_(Enciclopedia-Italiana)/

http://www.festivaldelmedioevo.it/portal/e-tutto-un-altro-paio-di-maniche/

http://lasapevi.blogspot.it/2012/03/perche-si-dice-mancia.html

Chiara Frugoni, Medioevo sul naso, Laterza.