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Passerà, la nuova fresca proposta dei Birrai del Conte

Il mondo delle birre artigianali è ricco e affascinante. Travolgente. L’abbiamo detto e lo ripetiamo con convinzione.

Tanto che spesso il passo tra il bere e il produrre birra è breve, brevissimo, lo spazio di una chiacchierata di troppo tra amici fidati e appassionati. È quel passo in più, convinto e carico di passione, che hanno fatto Mariano Pacileo, Andrea Rosato, Enzo Cameli e Vincenzo Chirichella. Ovvero, i Birrai del Conte, quattro amici di Napoli che hanno fatto birra in casa per più di dieci anni e hanno scelto di compiere il grande salto verso una produzione che non fosse solo casalinga ma rivolta al grande pubblico degli amanti di birra italiani (per ora).

Sulla via della birra

Come tante realtà che iniziano il cammino nel mondo brassicolo, i Birrai del Conte non hanno ancora una propria struttura, si appoggiano presso gli impianti di altri birrifici. Nello specifico, Mariano Pacileo e compagni si sono diretti verso la provincia di Teramo, verso la sede di uno dei punti di riferimento italiani per quanto riguarda la birra artigianale, quell’Opperbacco che dalla 4punto7 alla Overdose, passando per la 10 e Lode, abbiamo più volte apprezzato. Lì hanno dato vita alla loro prima produzione, l’American IPA Zoccolà, e la recente e ugualmente interessante Passerà, una Hoppy Saison che non possiamo che definire sfiziosa.

Tra eleganza e ironia

Quello che colpisce della giovane produzione dei Birrai del Conte è lo stile: definito, preciso e ricercato sin dalle primissime battute della loro attività. Si nota lo studio che c’è alle spalle, che sostiene e accompagna il prodotto vero e proprio, quella birra che non possiamo che bere con piacere. C’è eleganza nello stile grafico minimale e curato, nel logo del microbirrificio così come nelle etichette, ma c’è anche una forte dose di (auto)ironia nell’impostazione di tutta la comunicazione, cominciando ovviamente dai nomi delle prime due birre prodotte regolarmente e citate poco sopra, la Zoccolà e Passerà, differenziate graficamente dalla scelta di due diversi colori, rispettivamente un bel bordeaux carico e il giallo. Un’ironia che ritroviamo, per esempio, anche sul sito internet, dove i Birrai “consigliano di bere Zoccolà con irresponsabile euforia… sorseggiala, assaporala e soprattutto amala”.

Una “Poppy Saison”

Dopo l’interessante American IPA, evoluta di cotta in cotta fino ad aver trovato la sua forma perfetta e definitiva, la scelta per la nuova produzione è caduta su una Hoppy Saison, trasformata con la stessa spinta ironica in una Poppy Saison.

Se i luppoli che caratterizzavano la Zoccolà erano Crystal, Amarillo e Columbus, la Passerà è arricchita da East Kent Goldings e prodotti neozelandesi come Wai-Iti e Motueka. Luppoli che vanno a personalizzare il gusto di base di quella che è di base una saison molto ben fatta: fresca, carbonata al punto giusto, con i sentori speziati che ci aspetteremmo di trovare, dati dai lieviti saison, il suo colore carico e il suo corretto 6.5% di gradazione alcolica.

L’attacco si affida soprattutto alle note agrumate e tropicali date dai luppoli neozelandesi, che contribuiscono a rendere equilibrata una bevuta fresca e piacevole, che evolve e lascia spazio ai sentori di chiodi di garofano e arancia amara tipici dello stile. I Birrai del Conte consigliano di berla in un calice a tulipano grande, ma essendone sprovvisti ci siamo accontentati di una classica pinta che non ha penalizzato l’assaggio della Passerà, che si è rivelata una saison perfettamente bilanciata tra aderenza allo stile e originalità.

Una bevuta perfetta per questa estate, ma con abbastanza personalità da restare nel tempo e accompagnarci a lungo. In attesa delle nuove produzioni dei Birrai del Conte!

Photo Credit: Erika Sciamanna

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Sharknado, dallo schermo alla birra

Abbiamo più volte, dalle pagine di questa rubrica, sottolineato quanto il fenomeno della birra artigianale sia vivo e in crescita. E oggi vi parliamo di una recente scoperta che conferma sia la vitalità e attenzione che il settore sta dimostrando, sia la sua creatività nel rispondere alle diverse esigenze: la birra ispirata a Sharknado 5.

Si tratta di una collaborazione tra il birrificio inglese Northern Monk, originario di Leeds, e la casa di distribuzione Tribal Films, una edizione limitata nata per lanciare l’uscita in homevideo, su territorio britannico, del quinto capitolo della saga.

Il pazzo mondo di Sharknado

Per chi non la conoscesse, Sharknado è una serie di film per la TV prodotta da The Asylum e mandata in onda in USA dal canale tematico SyFy. Una saga che oscilla pericolosamente e consapevolmente tra l’horror e il comico, iniziata nel 2013 e destinata a chiudersi dopo cinque seguiti proprio questa estate, con il sesto film The Last Sharknado: It’s About Time. La premessa è folle: l’arrivo di un possente ciclone pesca dall’oceano al largo di Los Angeles dei pericolosi squali e li trascina sulla terraferma, dove continuano a fare il loro dovere di macchine mangiauomini. Uno spunto che nel quinto capitolo uscito la scorsa estate, Sharknado 5: Global Swarming, ha assunto carattere internazionale, portando lo spettatore da Londra all’Asia, l’Australa e al Sud Africa, tra citazioni e il solito gusto per l’eccesso e il demenziale.

Sapore di mare, sapore di sale

I ragazzi di Northern Monk, con piglio da appassionati della saga, hanno accolto la sfida di realizzare una birra di Sharknado 5 senza limitarsi ad apporre la grafica del film sulle lattine, ma omaggiando il film di The Asylum nel concepire una ricetta ad hoc con creatività e la doverosa dose di autoironia.
La base della birra a tema 5harknado è una IPA, ma l’aggiunta di arance rosse e sale marino la caratterizza notevolmente sia nell’aspetto che nel sapore: il colore è infatti di un ambrato carico, tendendo al rosso, e note fruttate sono evidenti anche al palato, componenti di un gusto gradevole che si bilancia tra il leggero amaro di una IPA non troppo spinta e il dolce della sua anima più fruttata, in cui anche il salato è una lieve e piacevole aggiunta.

Una elevata bevibilità che non compromette la complessità del sapore: c’è ovviamente l’agrumato dell’arancia, ma sono presenti anche note di frutti rossi, oltre ad una accattivante punta di acidità che è data dall’aggiunta di lattosio. Il mix è veramente notevole e da scoprire a ognuno dei copiosi sorsi che i soli 5.5% ABV e la bassa carbonazione non fanno che incoraggiare.

Peccato solo per il poco carattere della componente olfattiva, che manca di completare l’intrigante prima impressione che dà la birra una volta versata nel bicchiere, grazie alla colorazione che richiama il sangue e la testa bianca e schiumosa come le onde del mare.

L’occhio vuole la sua parte

D’altra parte è chiaro che anche l’occhio vuole la sua parte, anche quando il prodotto in esame è una birra che deve fare il suo dovere, e colpire, una volta bevuta. Parliamo ovviamente anche della confezione, curata come in tante produzioni artigianali che stiamo provando ultimamente. Ma in questo caso il compito era semplice, perché l’esigenza di richiamare la grafica del film Sharknado 5 si è sposata alla perfezione con l’esigenza di realizzare una lattina accattivante e d’impatto: l’illustrazione della locandina del film di The Asylum è infatti riprodotta lungo tutta la superficie tubolare, con tanto di slogan “The Apocalypse has Teeth”.

La birra di Northern Monk è stata una piacevole e adorabile sorpresa, divertente, ironica e fruibile come i film che omaggia. L’ideale per rinfrescare una serata estiva.

Photo Credit: Erika Sciamanna

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Web Marketing Festival 2018: perchè non potete proprio perderlo

Dal 21 al 23 giugno Rimini accoglie la 6° edizione del WMF,  l’evento più completo sulla formazione digitale, 3 giorni di formazione, business opportunity, musica, talk ispirazionali, dibattiti e intrattenimento.

Quest’anno, noi di iFood, siamo media partner dell’evento, che vedrà un programma interamente dedicato al food, ecco solo alcuni dei temi trattati nei tre giorni e che proprio non potete perdere se, come noi siete food-addicted o food blogger:

22 giugno 16.10:

Motta e i social: buttati, che è morbido (forse), con Alberto Raselli e Monica Brosadola (Motta):

Motta e i suoi claim sono ormai un must, come non ricordare “Me lo merito io, Buondì, Buondì Motta” e “La morale è sempre quella, fai merenda con Girella!” ognuno di noi da bambino avrà sentito (e ripetuto) questo slogan non si quante volte.
Recentemente è tornata sulla scena comunicativa scegliendo i canali più vicini ai suoi consumatori, social, blogger, personaggi più o meno famosi, riuscendo a mantenere la personalità e la coerenza ma coinvolgendo gli utenti del web con il tono scherzoso e irriverente che ha sempre contraddistinto l’azienda, ammettiamolo che piaccia o no, l’ultimo spot del buondì con la bimba e l’asteroide è semplicemente geniale.
 

22 giugno 17.10

Instagram non è fotografia ma storytelling: la case history #aModenaStory, con Francesco Mattucci (Garage Raw) e Valentina Lanza (Gruppo Fini)

Chi segue il profilo “Non Solo Buono” su Instagram avrà certo notato #aModenaStory, il primo fotoromanzo a puntate che nasce dalla proposta dell’agenzia Garage Raw per il Gruppo Fini Modena.

Viene raccontata la storia di Matilde e delle sue vicissitudini, tra fidanzati scomparsi e misteriosi coinquilini, il tutto è ambientato nei luoghi più caratteristici di Modena, all’interno del fotoromanzo i prodotti del gruppo Fini compaiono ovviamente come product placement e non come focus principale, proprio per non distogliere l’attenzione dalle avventure della sfortunata e un po’ confusa Matilde.

Una trama che ricalca il romanzo rosa d’appendice, un remake dei vecchi fotoromanzi con la divisione in episodi e l’attesa per conoscere gli sviluppi della storia, ma con il quid in più del popolo di Instagram, incline all’interazione, i follower si confrontano tra di loro sulle teorie più disparate “chi sarà il misterioso osservatore?” “Sarà veramente innamorato?” tifano per un personaggio o per l’altro, proprio come accade sotto il profilo dei più noti influencer.

 

22 Giugno 18.10

Food photography: come realizzare fotografie di cibo professionali a prova di social con Samuela Conti

Non devo certo spiegarvi io l’importanza di belle immagini e dei social, per chi fa del food la sua mission di vita, attraverso i social e le immagini veicoliamo la nostra visione del cibo, grazie a questo intervento potrete acquisire le competenze tecniche ed artistiche di base per la realizzazione di foto di cibo da utilizzare per la promozione del vostro brand su siti, blog e social.
Verranno trattati i principi della food photography, ma anche l’importanza del set, delle luci e dei colori, insomma si tratterà l’argomento a 360°, uno speech ideale per chi è un semplice appassionato di food photography, ma anche per chi ci lavora giornalmente.
 
 

Per tutti i lettori di iFood abbiamo un incentivo in più a partecipare, potrete iscrivervi al WMF, fino al 20 giugno, al prezzo scontato di 99 euro, invece che 249, solo inserendo il codice sconto “wmfmedia18” nell’apposito spazio in fase di acquisto, non avete più scuse, ci vediamo a Rimini!

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Collabwski, la birra che celebra un’amicizia

L’abbiamo detto più volte con sincerità e un pizzico di orgoglio: la scena brassicola italiana ha dimostrato negli ultimi anni di meritare attenzione per originalità, sperimentazione e varietà. Per questo ci siamo concentrati, fin qui, sul nostro piccolo, rigoglioso orticello, ma è arrivato il momento di gettare occasionali occhiate al di là dei ristretti confini del nostro paese. Il mondo della birra artigianale è vasto, c’è un’America tutta da scoprire e soprattutto un nord Europa che stupisce con alcune eccellenze tra Svezia, Danimarca e Norvegia che sarebbe un errore trascurare.

Dalla Svezia con furore

Partiamo dalla Svezia grazie a una piccola chicca che abbiamo avuto modo di provare, una birra One Shot, nata dalla collaborazione di due importanti birrifici svedesi: Brekeriet e Brewski. Del secondo in particolare avevamo provato e apprezzato diverse birre, quindi ci siamo avvicinati alla loro Collabski con gran curiosità, colpiti in prima battuta dalla bellissima illustrazione usata per l’etichetta: due figure che indossano cappellini con i logo dei due birrifici che brindano tra loro, immersi in una pentola in cui è in cottura una minestra. La descrizione parla chiaro, annuncia che ”quella che avete tra le mani è un pezzo di amicizia di vecchia data” e invita a condividere la Collabski con il proprio miglior amico.

Lampone, frutto della passione e ananas a bizzeffe!

L’etichetta della Collabski ci stuzzica anche sul contenuto, parlando di abbondanza di lampone, frutto della passione e ananas. Tre dei frutti più usati sia da Brekeriet che Brewski, aggiunti durante la fermentazione secondaria e tenuti per quattro settimane, prima di imbottigliare la birra. Al primo assaggio è soprattutto il lampone a farsi notare, spiccando in un generico aroma fruttato di base, mentre è meno evidente tutta la parte tropicale che resta molto leggera e in secondo piano. In una birra che rientra tra le kettle sour, inacidita con lactobacillus e fermentata con lieviti saccharomyces e brettanomyces, emergono piuttosto sentori di rabarbaro, accompagnati da note floreali e citriche che lasciano una sensazione gradevolissima in bocca.

Anche se la gradazione alcolica su assesta sul 7%, la Collabski la maschera benissimo risultando piacevolmente beverina. Alla vista la birra appare di un rosato lievemente torbido, con una schiuma chiara, poco estesa e poco persistente. Il corpo è medio, mentre la carbonazione è leggermente sopra la media e, insieme alla secchezza e acidità evidenti, contribuisce ad accrescere la facilità della bevuta.

Il momento dell’acidità

Non ci si stupisce di trovarsi al cospetto di una birra del genere basandosi su quanto sappiamo dei due birrifici che l’hanno messa al mondo: Brekeriet è specialista in sour e wild ale, mentre di Brewski abbiamo sempre apprezzato contaminazione come Mangofeber, Passionfeber o Pango IPA, fresche e piacevoli India Pale Ale impreziosite dall’aggiunta di diverse tipologie di frutta. Birre curate nella confezione, facili da bere, ma non banali nel gusto, che è un piacere provare ogni volta che capita l’occasione.
Nel caso della Collabski si tratta come dicevamo di una One Shot prodotta tra la fine del 2017 e primi mesi di quest’anno, quando Marcus di Brewski ha fatto visita agli impianti di Brekeriet, quindi è ancora possibile reperirla in giro. Se la doveste trovare, datele una possibilità, ma non dimenticate di condividerla con un amico, come suggerito da chi l’ha realizzata.

Photo Credit: Erika Sciamanna

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Indie Pop e la musica da bere di MashUp Brewing

Farsi notare è il cruccio di chi fa birra in questo momento storico: il mondo brassicolo nostrano è in fermento, i locali che si dedicano alla birra artigianale aumentano… ma lo fanno anche i birrifici. Non c’è curiosità degli appassionati che tenga, perché l’offerta è tanta e attirare la loro attenzione sempre più difficile.
Per questo va trovato un gancio, un amo al quale farli abboccare per poter tirare la lenza della qualità e intrappolarli. Un mezzo che in tanti trascurano è il look, una veste grafica che sappia attirare l’attenzione ed allo stesso tempo definire uno stile. Essere accattivante e allo stesso tempo riconoscibile.

##La via della musica

Un’intuizione intrigante in tal senso l’ha avuta MashUp Brewing, beerfirm romana nata nel 2015 dalla miscela delle esperienze di Andrea Romani e Emanuele Loffa. E non è un caso se parliamo di “miscela”, perché tale è il significato del nome che hanno scelto, quel ”Mash comune sia alla musica che alla birra”, come ci racconta Emanuele. La musica, la chiave di lettura scelta da MashUp Brewing per dare una personalità e stile al suo lavoro. ”La buona birra e la musica” ci spiega infatti Emanuele, ”fanno parte da sempre della nostra vita”.

Una volta individuate nel _mash_ il legame tra le loro passioni, il resto è venuto in modo spontaneo: il vinile del logo, le etichette e i medaglioni ispirati a musicassette, i nomi stessi delle birre.

##Indie Pop, l’American IPA di MashUp

Abbiamo conosciuto MashUp un paio di anni fa grazie alla loro Indie Pop, stile musicale perfetto per identificare un’American IPA e birra altrettanto perfetta per conquistare l’attenzione: fresca, beverina, relativamente leggera ma non banale. La Indie Pop è una birra ben strutturata, ma si beve con estremo piacere grazie ai suoi 5 gradi e mezzo alcolici, alla morbidezza e freschezza del sapore che lascia in bocca un amaro, indicato di 45 IBU, gradevole e persistente. Merito dell’uso di luppoli come Summit, Chinook e Citra, che rilasciano al naso un leggero aroma di pompelmo, ananas e passion fruit, mentre evocano al gusto sentori tropicali e agrumati che poggiano su una base maltata giusta per lo stile, non invadente.

È una birra che si può bere anche da sola, senza nessun particolare abbinamento gastronomico, ma è perfetta insieme a qualcosa che possa fare da semplice accompagnamento, come fritture di vario tipo o formaggi erborinati. Il bicchiere scelto per la prova è quello della pinta classica americana, non avendo a disposizione la pinta inglese suggerita nel catalogo di MashUp, e il risultato è stato perfetto.

Alla vista la Indie pop si presente di colore dorato, non particolarmente limpida e con una schiuma chiara, cremosa e persistente. Un colore intonato alla perfezione con l’arancio che la identifica nell’adorabile etichetta dal sapore vintage.

Tutta la musica di MashUp

Il motivo della cassetta è ricorrente in tutte le birre della beerfirm romana, che si appoggia per la produzione per lo più al birrificio Hilltop Brewing della zona di Bracciano e a Eastside Brewing di Latina. Se l’arancione è il colore della Indie Pop, il verde acqua è quello della robusta West Coast IPA denominata Hip Hop, una birra più decisa e strutturata di quella provata in questa sede. Molto interessante è anche la Fusion, una Italian Grape Ale che a una base di saison aggiunge un 20% di mosto di Moscato. Completano il gruppo la Loop e la French Suite, rispettivamente una Pale Ale e una Saison, entrambe da 5% abv.
Una gamma di birre assolutamente da provare e una piccola realtà laziale a cui dedicare attenzione per il futuro.

Photo credit: Erika Sciamanna

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Piè veloce, la brett-ale secondo Cà del Brado

Ci sono diversi modi di fare la birra, da chi diligentemente prepara la propria ricetta e va a produrla a casa d’altri, la Beer Firm, a chi ha il necessario per far tutto da solo, veri e propri birrifici in grado di produrre un quantitativo più o meno elevato delle proprie birre.
C’è poi chi trova una strada propria, originale, forse unica. Una strada che nasce da un’idea molto precisa, che si concentra con dedizione e gusto su un aspetto specifico della produzione di birra e che si riflette della (auto)definizione di Cantina Brassicola.

Un’idea che risponde al nome di Ca’ del Brado, realtà giovanissima con la quale ci siamo imbattuti per la prima volta, dopo averne sentito parlare con entusiasmo, allo scorso EurHop. Nel contesto dell’evento romano, eravamo rimasti piacevolmente colpiti dalle persone dietro l’idea, attirati dal peluche del bradipo al loro stand ma conquistati dalle birre. Avevamo avuto modo di saggiare alcune delle loro produzioni in quell’occasione, ma è solo dopo una prova più attenta e meditata tra le mura domestiche che ci sentiamo di confermare la bontà del progetto e delle birre che propone.

L’elogio della lentezza

Nata in zona Bologna, la Cantina Brassicola Ca’ del Brado si concentra sull’”affinamento e fermentazione di mosti di malto attraverso maturazioni in tini di legno con diverse caratteristiche”. Un procedimento non senza tradizione, ma sicuramente dalle tantissime potenzialità legate al nostro territorio ed alle radici del nostro paese, alla lavorazione del legno e ad una cultura vinicola superiore a quella brassicola. Questo tipo di lavoro sulla trasformazione da mosto a birra richiede studio, per trovare le fermentazioni più adatte alle singole ricette, ma soprattutto tempo.

Ed è proprio quest’ultimo fattore che ritroviamo anche nella scelta del nome della Cantina bolognese: il primo significato da ricercare nel termine Brado è quello che guarda all’etimologia greca, a Bradùs inteso come lento, perché il lavoro messo in piedi dai ragazzi cella Cantina ha bisogno di cicli produttivi molto lunghi.
Il secondo significato di Brado richiama invece l’espressione “allo stato brado”, facendo riferimento ai lieviti selvaggi che usano nelle loro produzioni e, “per accentuare la rusticità”, alle flore batteriche che si trovano nel legno che ospita i mosti in fermentazione, nei quali è sempre presente una parte viva che non sarà mai totalmente controllabile.

Tutto è relativo

In quest’ottica di lentezza, anche le birre a più rapida fermentazione di Ca’ del Brado richiedono tempi di tutto rispetto. Parliamo della Piè Veloce, la linea di brett-ale della Cantina, con il nome che richiama esplicitamente Achille proprio per questa caratteristica: si parla di quattro/cinque mesi di fermentazione, rapidi in quanto produzione della loro gamma di prodotti, lunghi se pensiamo ai normali cicli di birrificazione.
L’idea di queste birre era di valorizzare il lavoro dei lieviti selvaggi brettanomyces, fin dalla fermentazione primaria”, ci hanno spiegato i ragazzi di Ca’ del Brado, “enfatizzando le caratteristiche proprie dei ceppi Brux e Lambicus” per una linea di brett-ale che comprende Piè Veloce Brux, Piè Veloce Brux Cascade, Piè Veloce Lambicus, Piè Veloce Lambicus Golding.

 

Proprio per favorire ed accentuare le caratteristiche dei due ceppi Brux e Lambicus, i mosti di partenza “sono diversi e studiati per valorizzare il successivo lavoro del lievito”. Nel dettaglio, per esempio, la Piè Veloce Lambicus che abbiamo avuto modo di provare con attenzione presenta una percentuale rilevante di cereali quali frumento e segale, oltre ad una luppolatura di tipo inglese, generando toni fruttati che vanno dall’albicocca matura agli agrumi, un che di terroso ed una componente acidula piacevolissima accompagnata com’è all’amaro delicato. Si tratta di una birra, fermentata in grandi botti che in precedenza ospitavano vino, che si beve molto piacevolmente, che ci lascia con una secchezza decisa che disseta e rinfresca. Richiede ovviamente una certa predisposizione per il mondo delle sour, ma si rivela accessibile a tutti per la delicatezza e l’equilibrio. 

La cura e la passione

L’attenzione dedicata da Ca’ del Brado alle sue produzioni è evidente anche nella componente estetica, dal tappo bianco che ospita le lettere del logo all’immagine delle etichette disegnate e inchiostrate a mano da Dartworks (progetto originalissimo dell’illustratore italiano Davide Mancini), “classiche ma moderne al tempo stesso, come è la filosofia del nostro progetto”.
Per la Piè Veloce hanno giocato sul mito di Achille e la tartaruga, sostituendo quest’ultima con il bradipo che è simbolo della Cantina, con una microdifferenza, che ci hanno sfidato a trovare, tra l’illustrazione che accompagna la Brux rispetto a quella della Lambicus.

Il risultato è un progetto che nel suo insieme appare tra i più interessanti nel panorama brassicolo nostrano, che alla linea di brett-ale della Più Veloce affianca una farmhouse ale come la Invernomuto, delle sour ale (tra le quali spicca la Pu’er Sour Ale, la Anniversario 2017 che è un vero gioiello) e delle Italian Grape Ale. Una realtà che terremo d’occhio e vi consigliamo di provare alla prima occasione!

Photo credit: Erika Sciamanna

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Our Secret Table nuovo progetto di hidden kitchen

Avete mai pensato di andare a cena con degli sconosciuti, in un luogo bello e particolare fino a poco tempo prima segreto, menu top secret, sapendo solamente che incontrerete persone che come voi amano il mistero e desiderano socializzare?

Se la risposta è si siete i clienti perfetti per partecipare alle cene hidden kitchen! Si tratta di cene nascoste, dove appunto non saprete chi vi siederà accanto, cosa gusterete e  in che luogo mangerete, dove si svolgeranno lo scoprirete all’ultimo momento via mail.

Il fenomeno esiste da diversi anni, diverse le realtà che a Milano sperimentano questa forma di social eating, a Roma nasce in questi giorni Our Secret Table, progetto di una giovane creativa Valentina Guttuso, l’idea è quella di dare vita a momenti di convivialità dove il cibo è al centro ma diventa anche elemento di scambio, confronto, stimolo.

La prima cena si è svolta in un open space con cucina a vista in uno stabilimento del secolo scorso, un menu preparato da chef di livello, per citare alcune portate: pollo toscano con funghi, carote e castagne servito con pane fatto in casa e burro ai porcini, focaccia all’uva fragola con quenelle di caprino. 

Ogni cena viene ambientata in luoghi particolari, palazzi antichi, fabbriche dismesse, edifici storici o con una valenza architettonica particolare, cortili, cura nei dettagli, fiori, un occhio al design,  i partecipanti una ventina al massimo, si prenota via mail, niente telefonate per evitare qualsiasi tentazione di porre domande, indagare, raggiunto il numero dei commensali previsto, una mail di conferma comunica la location.

La prossima cena sarà il 21 aprile, tema la primavera, un menu di quattro portate con ingredienti biologici, a km 0 e stagionali, costo 55 euro, le prossime previste per il 19 maggio e il 16 giugno, per info e prenotazioni Talea Events.

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Cibus 2018, tutto pronto per la 19° edizione

Torna a Parma, dal 7 al 10 maggio, Cibus, il Salone Internazionale dell’Alimentazione, giunto ormai alla sua 19 ° edizione, che nel 2016 si è confermato l’evento di riferimento dell’agroalimentare italiano, una vetrina internazionale con convegni e tavole rotonde su temi di attualità in ambito Food and Retail.

Per celebrare l’anno che è stato proclamato dal Governo italiano “Anno del Cibo“, Cibus si prepara ad un’edizione speciale, obiettivo, favorire la crescita e l’esportazione dei prodotti alimentari made in Italy.

Parma attende più di 3000 aziende espositrici ed un numero ancora maggiore di operatori e buyer italiani ed internazionali, verrà inaugurato un nuovo padiglione per riuscire a soddisfare la richiesta crescente di nuovi espositori, ci sarà una sezione interamente dedicata ai prodotti alimentari più innovativi e originali immessi nel mercato, selezionati per l’occasione da una giuria di esperti.

Inoltre all’interno del Padiglione 8 troverà spazio un’ampia area dedicata alle specialità regionali e collettive istituzionali, uno spazio che accoglierà una Food Court delle regioni italiane, dando spazio anche alla ricettazione e allo show cooking e naturalmente, alla degustazione, il tutto sarà pensato come una galleria di sapori gestito da chef e scuole di ristorazione.

Ancora più vasto il programma di seminari e convegni, con novità assolute a tratti futuristiche, come l’evento organizzato dall’Università di Parma e IPSOS, che parlerà delle nuove tecnologie di riconoscimento facciale del consumatore che, entrato nel supermarket, permette di studiare promozioni personalizzate create su misura, o come lo studio che dimostra come l’eccesso di scelta al supermarket provocherebbe nello shopper confusione, ansia, incertezza, insofferenza per la fatica di scegliere.

Un programma vasto ed intenso quindi, per un’edizione che vuole confermare il grande successo ottenuto in passato e punta a migliorarsi ancora di più.

Quest’anno iFood sarà insieme a Dissapore  e I Love Italian Food, con una postazione fissa nella Fiera: il Dissapore Cafè e con la cucina 100per100 Italian di I Love Italian Food, uno spazio dedicato a dibattiti e performance live, per dare maggior risalto alle proposte dei produttori presenti in fiera ma anche online.

In più, organizzeremo un incoming riservato agli influencer digitali e ai food blogger, garantendogli la possibilità di accedere gratuitamente all’evento in fiera e offrendogli l’opportunità di partecipare ad eventi, presentazioni e degustazioni dedicate al food made in Italy.

Clicca qui per registrarti e richiedere il tuo badge.

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iFoodStyle n. 3: benvenuta Primavera

La Primavera è ormai alle porte e molti di noi hanno già iniziato il conto alla rovescia per accogliere il rifiorire della natura in tutto il suo splendore.
Anche noi di iFoodStyle non ci facciamo trovare impreparati e dedichiamo il nuovo numero interamente a lei, la Primavera.
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È un numero luminoso, ravvivato da colori delicati che ci accarezzano come il tepore del primo sole.
È un numero come sempre ricco di immagini, idee DIY e gustose ricette, che stavolta spaziano dai risotti, alle lasagne, alle polpette, perfette da infilare nella borsa del pic nic, senza dimenticare golose idee per la colazione!

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Non può poi mancare lui : l’amato cioccolato che è ospite fisso sulle nostre tavole durante la Pasqua.

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Per finire, dopo un viaggio immaginario in uno splendido borgo ligure (a voi scoprire qual è), un nuovo, avvincente capitolo del romanzo “Amelia”.
Ma ora, bando alle ciance. Mettetevi comodi, cliccate sul link qui sotto e assaporate questo nuovo numero in totale relax.
Buona lettura!

https://issuu.com/ifoodstyle/docs/ifoodstyle_n__3